giovedì, Febbraio 29

CHIARA G. L’universo della moda e le riflessioni di una ragazza iGen

Cosa spinge giovani e non ad acquistare Shein? Lo abbiamo chiesto a Chiara, una ragazza di 19 anni che ha provato l’esperienza Shein

Ritengo non esista un tema più fluido, effimero e complesso della moda. Non parlo di “haute couture” ma di quella on-line che le giovani scelgono, comprano, usano e gettano a prescindere da nazionalità, reddito e istruzione. Del resto se l’alta moda crea fermento con sprazzi di genialità quella on-line fa lievitare le finanze grazie a miliardi di click. Il caso Shein.

Spesso mi sono chiesto cosa spinga i giovanissimi a comprare on-line abiti e accessori usa e getta. “E’ solo una questione di prezzo” mi è parsa troppo banale e scontata come risposta. 

Perciò ho girato la domanda a Chiara: 19 anni, carattere solare e sensibile, studi liceali archiviati brillantemente, davanti a se l’università e un futuro tutto da costruire. 

Insieme a migliaia di coetanei è sfilata nei Fridays for Future, convinta degli ideali di questo movimento iniziato da Greta Thumberg. E’ cresciuta assorbendo i concetti di ecosostenibilità e rispetto per l’ambiente, ed è “super attenta” riguardo a queste tematiche. 

Se la domanda è una sola “perché acquistate on-line moda usa e getta?” la risposta è frammentata in tante riflessioni.  

Atacama, la discarica in Cile

“Ovvio che ci pensi, ma poi almeno un acquisto lo fai. Io ho comprato un abitino estivo, così per provare. Mi sono accorta subito che era di pessima qualità: messo una volta l’ho buttato. 

Però ci sono ragazze che spendono centinaia di euro, se poi non gli piace quello che arriva a casa lo gettano via e ricominciano da capo”. 

“Molte ragazze della mia età non hanno la patente. Devi farti accompagnare dai genitori, prendere autobus o metro, girare da un store all’altro, magari senza trovare quel che cerchi. Se poi vivi lontano dalle grandi città è tutto più difficile. 

Insomma, a volte ti viene un po’ d’ansia. 

On-line è un attimo, c’è tutto, scegli, compri e ti arriva a casa”.

“Certo, noi ventenni compriamo, ma guarda che l’età media in cui si inizia ad acquistare on-line è a dodici-tredici anni. Lo fai con l’approvazione dei genitori, ma già a quell’età segui le linee dettate dagli influencer. 

Noi sappiamo che dietro ci sono i grandi rivenditori, ma una ragazzina di tredici anni no. Prova tu, se riesci, a spiegarle certi meccanismi”.

“Beh sì dovrebbero farlo i genitori, ma sai quanto tempo e quanti musi lunghi si risparmiano accontentandoli. In fondo si tratta di pochi euro”.

“Io sono fortunata, ho dei genitori che mi hanno cresciuta con valori e princìpi solidi. Però in giro ne vedi di tutti i colori. Genitori che si mettono in competizione con i figli, o che li lasciano liberi di fare tutto quel che vogliono.

C’è molto menefreghismo o forse egoismo, non saprei dirti.

Di certo l’assenza di regole precise ti porta a credere che tutto sia permesso.   

“Anche se stiamo super attente all’ecosostenibilità a volte è difficile rinunciare a tutte le proposte fatte dagli influencer. Ogni giorno c’è una nuova moda o una nuova tendenza. Puoi anche fregartene, ma prima o poi inizi a sentirti tagliato fuori, e cedi”. 

“Comunque i modelli suggeriti colpiscono più la fascia dei quattordicenni che la nostra. Molti di noi sono già consapevoli del proprio essere e non si lasciano influenzare da immagini irreali. Una ragazzina di quattordici anni invece è manipolabile”. 

“Non è sempre colpa dei genitori. Nei locali si entra a quattordici anni, ma se riesci ad evitare i controlli lo fai già a dodici. L’abbigliamento che gira riflette le proposte degli influencer, per cui ti adegui. 

Magari non ti piace tutto, ma qualcosa di sicuro finisci per comprarlo. A vent’anni sai che quel top ti veste da schifo, ma a quattordici te ne freghi: lo portano tutte, per cui devi averlo anche tu o sei fuori”.         

“La pandemia ha rivoluzionato tutto. Le idee legate alla moda usa-e-getta viaggiano solo su Tik Tok. Ci sono ragazze e ragazzi che passano giornate interne a scorrere profili in cerca dell’outfit perfetto”.

“Certo che non è sano, è un involuzione, a vent’anni lo capisco. Ma a dodici o quattordici anni che ne sai, mica ci pensi”. 

“La pandemia ha fatto perdere la percezione della vita reale. Molti comprano senza riflettere. È come vivere dentro un gioco: i prezzi sono stracciati e ti permettono di comprare di tutto. 

Non pensi al fatto che quel tutto vale poco o nulla”.

“La nostra percezione della moda è diversa. Tutto cambia con una velocità impressionante sulla base delle proposte degli influencer. 

Quello che è trendy il mese prima è trash il mese dopo. È difficilissimo starne fuori.”

“Una percentuale della mia generazione non ha acquisito le nozioni di base. Intendo che mancano di cultura su tutto, hanno pochissime idee riguardo se stessi e il futuro. 

Per loro esiste solo il mondo dei social, tutto il resto non gli interessa.

Gli influencer sono l’unica realtà, l’unico punto di riferimento”.

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Discarica di rifiuti tessili nel deserto di Atacama

Le riflessioni di Chiara portano inevitabilmente altre domande, spalancando la porta sul tema dell’ecosostenibilità.  

Vi riporto il commento breve e asciutto di Camilla Zilli, che realizza pezzi unici ricamati a mano, dando nuova vita ad antichi tessuti.

Ci sono aziende che fanno ricerca e prediligono il recycled, e i risultati ci sono, ma tutto ciò comporta molto in termini di investimenti. Poi ci si scontra con una sovrapproduzione mondiale di abbigliamento di bassissimo livello, vedi tutto ciò che è presente nelle catene cinesi o in moltissimi centri commerciali.

Personalmente penso che prima o poi questi fenomeni dovranno finire, ma quanta gente devi vestire per svuotare tutti questi magazzini? 

C’è un surplus che non verrà mai smaltito, di qualsiasi prodotto si parli, e non so come si farà. 

Nel nostro piccolo possiamo fare scelte consapevoli, ma siamo una goccia nell’oceano: i grandi numeri li fanno i gruppi industriali”. 

Un approccio tecnico molto chiaro lo offre Giuseppe Caprotti, consigliere di Messaggerie Italiane e presidente della Fondazione Guido Venosta, intenta a promuovere ideali culturali e di solidarietà. 

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Giuseppe Caprotti

Il problema della sostenibilità della moda si pone in maniera acuta: da una parte si vogliono prezzi sempre più bassi ed una crescita del fatturato mentre dall’altra gli azionisti vorrebbero aziende etiche, durevoli e sostenibili.

Questa contraddizione è evidenziata da questi fatti:

L’industria tessile è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di CO2 (terza, dietro ad energia e produzione agroalimentare).

La produzione tessile fast fashion ha raddoppiato dal 2000 al 2015.

E’ passata da 2 cicli annui (due collezioni) a 50: di contro l’utilizzo per ogni capo è sceso.

Il mercato del riutilizzo è stato moltiplicato solo per tre, ma il problema è che il 32% dei rivenditori di abiti usati utilizza i proventi per riacquistare capi nuovi.

L’80% dei vestiti non vengono riciclati.

La produzione di fibre sintetiche accaparra 1,35% del consumo di petrolio mondiale (+ della Spagna, per fare un esempio).

Il cotone usa il 16% dei pesticidi al mondo.

La lavorazione di un kg di vestiti necessita tre kg di prodotti chimici.

L’industria tessile preleva ed utilizza il 4% dell’acqua dolce al mondo ogni anno (per un paio di jeans ci vogliono 7500 litri di acqua).

Il lavaggio industriale dei vestiti scarica negli oceani microplastiche equivalenti a 50 miliardi di bottiglie di plastica.

Fonte dati: Le Monde. 

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Laboratorio tessile nel sud-est asiatico

A me sembra che puntare sull’ecosostenibile sia un modo comodo per aggirare e nascondere il vero problema: l’usa e getta. 

Pensare che il mondo della moda possa fare un passo indietro, rinunciando a guadagni esorbitanti in nome della salvaguardia dell’ambiente, è da ingenui. 

Le grandi griffe che puntano il dito contro il mercato on-line non lo fanno per spirito etico e solidale, ma perché toglie loro una grossa fetta di mercato.

Del resto sono anni che una parte consistente del prêt-à-porter venduto nelle boutique arriva dalla Cina, dall’India e da vari paesi del Terzo mondo, luoghi apprezzati per la mancanza di rispetto dell’habitat e dei diritti dei lavoratori. 

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Discarica tessile in India.

La moda “amica e rispettosa della natura” offre articoli a tiratura limitata, esclusivi e molto costosi. 

Lo “straccetto” sintetico che dura al massimo una stagione consuma le stesse risorse produttive di un abito che dura anni e si ammortizza. 

Ma per l’industria della moda un abito durevole è deleterio e quasi velenoso perché pone un freno a profitti e ricavi enormi. 

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Fabbrica tessile in Cina

Siamo giunti al paradosso di preferire l’annullamento di “un valore” rispetto alla creazione di “un valore”.  

Parafrasando una frase di Stanley Tucci nel “Diavolo veste Prada”: “Sì, hai ragione. In fondo questa industria multimiliardaria gira intorno a questo… Alla tutela dell’ambiente”.

Qui il link all’articolo completo di Giuseppe Caprotti

Qui il link alla pagina Instagram di Camilla Zilli