domenica, Febbraio 25

Intervista a Gianni Cinti, designer di Rosenthal e delle nuove posate Sambonet

Intervista al designer Gianni Cinti: un’artista dell’home decor cresciuto sotto la buona stella di Gianfranco Ferré e oggi firma di Rosenthal e delle nuove posate di Sambonet

Durante la nostra lunga chiacchierata, Gianni Cinti mi racconta il suo percorso artistico con passionalità. Firma delle nuove posate di Sambonet, la sua carriera è nutrita dalle lezioni del maestro Gianfranco Ferré, che di lui disse: “La sua creatività è uno spazio aperto, da organizzare a richiesta“. Una creatività feconda che entra nel vivo del progetto rivoluzionando totalmente l’estetica del marchio. Attratto anche dalla moda maschile, è stato consulente per Alberta FerrettiMarithè+Francois Girbaud e Ferré.

Gianni Cinti menswear

L’intervista.

Chi è il maestro che ha guidato il tuo percorso?

Ho avuto la fortuna di avere diversi maestri, incontrati o studiati per me sono punti di riferimento imprescindibili: tra questi e su tutti Gianfranco Ferré. Sono arrivato da lui molto giovane ma avevo alle spalle un paio di esperienze importanti. La mia è una formazione ibrida. Avevo frequentato l’ISIA di Urbino, una scuola di alta formazione artistica aperta e inclusiva, che valorizza le inclinazioni di ogni suo allievo. Con Gianfranco Ferré prima e con l’eponima Fondazione poi c’è stato un incontro. Anche lui era un ibrido: un architetto che pensava da progettista e certo faceva vestiti ma il processo creativo di Ferré era molto più complesso. Ricordo che lui diceva a noi giovani: “cerchiamo di fare le cose intelligenti” e questa cosa mi sorprendeva sempre molto. Con il recupero del suo archivio, in seguito alla sua morte, mi sono come allineato alla sua concezione progettuale: arte contemporanea, moda e design ma anche esperienza e poesia che si mixano. Con lui si ragionava per “grandi contenitori” e io cerco di fare lo stesso.

Cosa, di Gianfranco Ferré possiamo trovare nella tua concezione creativa?

Ti direi il viaggio: per molto tempo sono stato un instancabile viaggiatore, intraprendendo anche grandi progetti in Cina e in territori molto difficili. Ma il viaggio può essere anche solo immaginato ed esiste una “cultura” del viaggio in cui si mettono insieme le cose e le esperienze – colori, odori, musiche, cibi – tutto questo favorisce senza dubbio la creazione di nuove cose.

L’incontro con Gianfranco ha segnato anche il tuo percorso da docente?

Tengo molto alla formazione che è, per me, una grande risorsa e una priorità. È un osservatorio privilegiato sui giovani: ho avuto per le mani tantissimi talenti, diamanti grezzi ancora da intagliare e rispetto religiosamente la cultura dell’altro soprattutto degli studenti; i designer hanno delle valigie pesanti e sta ai Maestri la capacità di fornire gli strumenti in grado di costruire nuovi linguaggi propri di ognuno. Insegno rispettando la grande metodologia della progettazione all’italiana che ti permette di leggere tutti i livelli di questo grande processo creativo prima e produttivo poi includendo comparti importanti per il nostro paese come ad esempio quelli dell’artigianato e in genere del saper fare manuale.

Le posate Jungle per Sambonet
E se ti dicessi Compasso d’oro?

Moodulor. Partecipai con un’Azienda piccola, la Maioliche Originali Deruta (MOD). Incontrai la loro titolare, Grazia, una donna visionaria alla quale mi sono molto legato e che purtroppo è scomparsa lo scorso anno. Lei mi disse: “Facciamo qualcosa” e io presi la palla al balzo. Avevamo la possibilità di smaltare, quindi di sottoporre a un processo di majolicatura un altro materiale. I ceramisti derutesi erano in grado di lavorare, quindi, un materiale nuovo e super tecnologico alto circa 3 mm che però aveva la mano della majolica tradizionale. Erano come delle sfoglie in ceramica, estremamente leggera, mattonelle calpestabili che avevano dei sistemi modulari di decori che feci realizzare con la serigrafia grafica. Con questo progetto arrivammo alla candidatura del Compasso d’Oro. 

Ti abbiamo anche osservato nelle vesti di fashion designer con la progettazione di linee maschili. Come si arriva da un processo quasi industriale alla moda?

Nella mia filosofia esiste “il Progetto” e questo ha un fine ma il suo concepimento e il suo iter è sempre lo stesso. All’interno del lavoro, il mio approccio è sempre ragionato ed istintivo. La moda uomo per me è come un alfabeto dove le parole sono costituite da elementi. A differenza della moda femminile, sicuramente più duttile, la moda maschile è come una scatola che contiene codici che occorre siano sempre quelli e questo perimetro non lo vedo mai come un limite anzi, per me è un territorio nel quale muoversi. Quando realizzai la collezione Dynasty di Rosenthal, mi rifeci ad esempio a una cartella colore tipica della moda uomo con una palette sviluppata sulle tonalità del bianco, nero, cioccolato, blu e dettagli oro. Addirittura all’interno dei decori sfiorando la superficie, si sentono i “rigatini”, tipici dei tessuti maschili.

A proposito di Rosenthal: cosa puoi raccontarmi di questa avventura?

Lavorare per Rosenthal è stato davvero un grande onore. L’idea era quella di lavorare sull’heritage dell’azienda. Quindi, la prima cosa che mi sono sentito di fare è stata recarmi, fisicamente, nel loro archivio a Selb in Baviera. E qui, ricordo quando Gianfranco Ferré progettò la sua prima collezione per Dior prendendo i caposaldi della griffe, mettendoci mano solo dopo averne studiato attentamente l’archivio facendo un profondo lavoro di analisi. In Rosenthal ero piuttosto preoccupato dal confrontarmi con i grandi designer che hanno lavorato per questa azienda Bauhaus. Mi sono totalmente lasciato assorbire dall’archivio e ho scoperto una storia fantastica: quella di Philipp Rosenthal fondatore del primo nucleo aziendale che, per amore della porcellana, fece impiantare un polo di produzione proprio in Baviera.

La primissima produzione era molto ricca di decori perché Philipp si lasciava ispirare dai tanti dettagli che erano nell’aria in quel periodo: parliamo della fine dell’Ottocento, il decennio di massima espansione, nelle arti, dell’Orientalismo e del decorativismo. All’inizio la mia idea risultò quasi impopolare perché proposi un progetto iper decorato in un’azienda famosa più per la forma che per il decoro. Per me, la tavola è un vero e proprio atto d’amore ed è un “luogo” che ha la capacità di essere trasversale tra le generazioni. L’operazione che io ho fatto su Rosenthal è volta al classico; quel “timeless” che attraversa le mode, le storie, i ricordi, le persone (i servizi da tavola venivano passati di generazione in generazione). Gli oggetti, più dell’abito, racchiudono l’essenza di chi li vive perché sono densi di momenti. Invecchiano lentamente e quelli ben fatti non sono mai obsoleti.

Servizio piatti firmato per Rosenthal
Ed è per questo motivo che per Sambonet hai disegnato una posata classica?

La posata di Sambonet è a suo modo timeless: ha una forma moderna e classica allo stesso tempo con inciso un decoro foliage mosso dove – un segno profondo e visibile – connota ogni articolo della collezione. Volevo dare a questa eccellenza italiana un progetto “pesante”: intelligente come avrebbe detto Ferré. Ho pensato quindi a un pattern che ho prima scomposto e poi ricomposto. Le posate, così, sono diverse le une dalle altre ma messe insieme riallacciano visivamente, appunto, il decoro. Insomma, un lavoro di costruzione e decostruzione. La linea verrà proposta in differenti finiture PVD: oltre all’acciaio ci sarà l’oro, un elegante rame rosato e nero. Il decoro è impresso su entrambi i lati delle posate, mediante stampi incisi e rifiniti a mano come da antica tradizione Sambonet. La forma è super flat in modo che il decoro poggi e si armonizzi perfettamente. Credo che la decorazione sia un grande patrimonio italiano a volte un po’mal visto ma grandi personaggi – Fornasetti e Mendini (per citarne un paio) – hanno scritto la storia del design italiano proprio lavorando sulla decorazione.

Hai altri progetti da raccontarci?

Ho realizzato il grande sogno di disegnare dei tappeti per un’azienda che si chiama Yo2 e che sono stati presentati all’ultimo salone del mobile di Milano. Ho preso dei vecchi tappeti, li ho scomposti e riassemblati. Il tappeto sembra unico ma in realtà sono diversi frammenti di antichi manufatti balcanici, afgani, cinesi, uzbeki che ho, ripeto, composto e ricomposto. Guardandoli la prima idea che hai è quella di un insieme organico ma in realtà è formato da “diversità” che visivamente si armonizzano: un tributo alla metodologia progettuale e all’atto del comporre e dello scomporre; nel segno della circolarità. Una sorta di grande “decollage” frutto dell’osservazione e dell’ammirazione per l’opera di Mimmo Rotella (uno dei miei artisti più amati) e del lavoro concettuale e formale che parte dell’arte contemporanea sta affrontando proprio utilizzando la tecnica del collage.

I tappeti fenici assemblati

Articolo firmato da Stefania Carpentieri