giovedì, Febbraio 29

Fashion Victim. Anno Domini

Vittime della moda: il seducente potere della vanità

Nel 1984 lo stilista Oscar de la Renta crea un neologismo che identifica tutti i soggetti che seguono in modo passivo e acritico qualunque dettame imposto dalla moda: Fashion Victim.

Questo termine è applicabile anche al passato, poiché la storia non è fatta solo di corsi e ricorsi ma è intrisa di Fashion Victim. 

Da quando furono inventati i primi specchi intorno al 6000 a.C. – piccoli dischi lucidi di ossidiana – sia le donne sia gli uomini scoprirono presto il seducente potere della vanità.

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Specchio di ossidiana ritrovato in Turchia, c. 6000 a.C.

Col trascorre dei millenni, passando per i Sumeri, gli Egiziani, i Babilonesi e i Fenici, la vanità approda nell’Italica Penisola, nelle polis della Magna Grecia e poi in Etruria. 

Grazie all’Ellenismo si insinua con una certa discrezione nella Roma repubblicana, per poi iniziare la sua trionfale ascesa con l’avvento dell’epoca imperiale.

La vanità: un virus che non conoscerà ceto sociale

Se le prime vittime illustri furono le imperatrici e gli imperatori, ben presto questo virus estetico contagiò tutti gli strati sociali, diffondendosi in ogni angolo dell’impero.

A poco valsero le tante Leggi Suntuarie promulgate per limitare l’uso di trucchi, gioielli e tessuti preziosi. Lo stesso concetto di “sumptus” variava a seconda del sovrano di turno: Augusto era spartano esattamente quanto Caligola e Nerone erano devoti alla più sfrenata estetica.

Oggi siamo abituati ad immaginare gli uomini e le donne romane sulla falsa riga proposta da film e serie tv. Dalle pellicole “Peplum” degli anni ’50 con Ercole e Maciste, passando ai kolossal degli anni ’60 in stile Cleopatra, sino ai tempi odierni del Gladiatore, l’aspetto dei personaggi non è molto diverso dal nostro, a parte toghe svolazzanti, sandali e spade. 

Nulla di più lontano dalla verità: la Roma dell’epoca imperiale era un gigantesco calderone in cui confluivano e si mescolavano tutte le culture del Mediterraneo e del Levante, più simile per mode, usi, costumi, profumi e odori ad una città del Medio Oriente o dell’India che alla Roma idealizzata al cinema. 

La capitale dai candidi marmi era in realtà una tavolozza di colori sgargianti, con templi, colonne e statue dipinti a colori vividissimi: esattamente come un’odierna città del Rajasthan.   

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Ricostruzione dei colori dell’Ara Pacis, Roma (9 a.C.)

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Ricostruzione della statua di Augusto a Prima Porta con i colori originari (20 a.C.).

Fashion Victim nell’era romana

Inizialmente, in epoca repubblicana, donne e uomini usavano curare la propria immagine solo con acqua e delicati profumi: la “rusticità” romana non gradiva che i lineamenti fossero appesantiti, e si preferiva lasciare il viso libero da trucchi.

I poeti romani sbeffeggiavano chi usava il maquillage, ma col passare del tempo le mode e gli usi ellenistici presero il sopravvento e l’uso dei trucchi divenne prassi. 

Il poeta Ovidio, autore di un piccolo trattato di cosmetica nel quale dava consigli per conservare la bellezza del viso, scrisse nella sua Ars Amatoria: “Saprete anche procurarvi un viso bianco incipriandovi”. 

In epoca imperiale la cosmesi romana (dal greco Kosmeo”, cioè adornare) si distingueva in “Ars Ornatrix”, che si occupava della cura terapeutica della pelle, e in “Ars Fucatrix”, che era l’arte del trucco ingannatore. 

Il trucco delle donne era caratterizzato da stili differenti, frutto delle contaminazioni che permeavano la società romana, ma anche segno distintivo delle diverse classi sociali. 

Le “Cosmetae” erano le schiave addette alla preparazione dei cosmetici e la donna ricca – la “Domina” – era servita da ancelle che la truccavano, massaggiavano e depilavano. 

Juan Jiménez Martin: “Il trucco di una matrona romana” c. 1885 (Museo del Prado, Madrid).

La beauty routine delle donne romane

Il viso era curato con creme alla lanolina e varie maschere: la più in voga era quella ideata da Poppea a base di latte d’asina ma non mancavano preparazioni a base di placenta di mucca per l’acne, fiele di toro e asino per le macchie, burro per i brufoli, bicarbonato per cicatrizzare ed estratti di genitali di vitello per le dermatiti. 

I cosmetici appartenevano all’Ars Fucatrix e primo fra tutti era il fondotinta senza il quale le donne non mettevano piede fuori casa. Era un prodotto a base di miele, sostanze grasse, cerussa per la luminosità e una piccola quantità di pigmento rosso per mantenere l’incarnato roseo. 

Dopo il fondotinta si applicava una polvere di ematite per accentuare la luminosità e infine si cospargeva la cipria ricavata dalla farina di fave su tutto il corpo.

Capucine nel ruolo della matrona Trifena in Satyricon, 1969.

Per mettere in risalto gli zigomi li si colorava di rosso acceso, applicando terre rosse, henné o cinabro; come alternative più economiche il succo di mora o i fondi di vino. 

Anche il rossetto era di un rosso molto acceso: si preparava con il minio o con l’ocra proveniente da licheni o molluschi. Inoltre era molto diffuso marcare con il blu le vene delle tempie.

Fashion Victim: focus sugli occhi

Secondo l’ideale di bellezza romana la donna doveva possedere grandi occhi e lunghe ciglia. Con un piccolo strumento arrotondato di avorio, vetro, osso o legno si applicava l’eye-liner: una mistura ottenuta con galena, fuliggine o polvere di antimonio. 

Per gli ombretti, solitamente neri o azzurri, erano fondamentali la cenere e l’azzurrite; chi assecondava la moda ellenistica usava ombretti verdi preparati con polvere di fluorite. Curiosamente si preferivano le sopracciglia unite sopra il naso, effetto raggiunto applicando una miscela di uova di formica schiacciate e mosche secche, utilissima anche come mascara.

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Scrigno per trucchi in argento, c. II sec. d.C. (British Museum).

Così come oggi le donne non si accontentavano di avere una pelle candida: doveva essere perfetta, senza rughe, lentiggini o macchie. A tal scopo venivano applicati degli impacchi durante la notte. 

Contro le macchie esistevano maschere a base di finocchio, mirra profumata, petali di rosa, incenso, salgemma e succo d’orzo.

Il rimedio naturale anti-rughe

Contro le rughe era molto comune utilizzare impacchi di riso e farina di fave; si usava anche il latte d’asina; “è noto che alcune donne vi si curino le gote con sette applicazioni al giorno”, scriveva Plinio il Vecchio. 

Lo stesso autore parla di un altro sorprendente rimedio contro le rughe: l’astragalo (osso del calcagno) di un vitello bianco, fatto bollire per quaranta giorni e quaranta notti fino a trasformarlo in gelatina da applicare con un panno. 

Tutti i rimedi naturali per curare la pelle

Per trattare le lentiggini si consigliava la cenere di lumache. Per lisciare la pelle si impiegava una maschera a base di rapa silvestre e farina di veccia, orzo, frumento e lupino. Similmente esistevano impacchi per il viso contro l’acne, le lesioni oculari e le ferite labiali.

Per schiarire la pelle si utilizzava una miscela a base di gesso, farina di fave, solfato di calcio e biacca. 

Soluzioni più esotiche prevedevano impacchi con escrementi essiccati di coccodrillo o storno.

Truccarsi e curare la pelle richiedeva una buona dose di tempo e abilità, e bisognava abituarsi a maneggiare prodotti decisamente disgustosi. Ingredienti come escrementi, placenta, midollo, bile e perfino urina andavano intensamente profumate. 

Non è un caso che il poeta Ovidio raccomandasse alle donne di applicare i cosmetici quando erano lontane da sguardi indiscreti e nasi delicati.

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Cofanetto in legno e avorio con il necessario per il trucco, c. II sec. d.C. – Museo Archeologico di Napoli.

Hair Style: le romane scelgono il nero

Le matrone amavano tingere i capelli e i colori più in voga erano il nero, ottenuto con il mallo di noce, il biondo rame e il carminio; non mancavano colori azzardati come l’azzurro, il verde e l’arancione brillante. Queste tinture devastavano i capelli per cui si diffuse l’uso delle parrucche, realizzate con pettinature complesse e di dimensione talvolta faraoniche. 

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Busto Fonseca, ritratto di una donna romana del II sec. d.C. (Musei Capitolini, Roma).

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Busto dell’Imperatore Lucio Vero, c. 165 d.C. (Louvre).

Anche l’uomo è un vero fashion victim

Anche gli uomini non disdegnavano l’uso di cosmetici per apparire più belli, giovani e seducenti.

Il “Dominus”, infatti, era solito farsi radere dal proprio schiavo, dopodiché passava a epilarsi le sopracciglia e i peli superflui di collo e nuca: in alcuni casi ricorrendo a cerette a base di pece e resine profumate. 

Sempre Ovidio raccomandava “Che d’olezzo acre di capro non putisca mai la vostra ascella”.

Per cui, oltre a lavarsi ogni giorno, si ricorreva a cerette mirate per rimuovere i peli delle ascelle, e a ungenti profumati per lenire la pelle irritata. 

Anche gli uomini si tingevano i capelli, alcuni ricorrevano al riporto in presenza di calvizie, mentre altri utilizzavano parrucchini o toupet neri, biondi e, per i più audaci, nei colori di moda: argento, oro, azzurro e aranciato. Esistevano già miracolose lozioni per la ricrescita, ovviamente del tutto inefficaci.

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Scena dal film Satyricon: trucchi e abbigliamento si rifanno al periodo a cavallo fra la fine del II secolo e l’inizio del III secolo d.C.

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Busto romano del II sec. d.C., conservato presso la Fondazione Paolo e Carolina Zani (Cellatica, Brescia).

Durante i primi due secoli dell’impero si susseguirono quattro dinastie (la Giulio-Claudia, i Flavi, gli Antonini ed i Severi). Ventuno imperatori e ventisei imperatrici con idee differenti riguardo ai limiti da porre, o non porre, in materia di “Trucco & Parrucco”.

I mutamenti dell’estetica romana

Per raccontarvi i mutamenti dell’estetica romana conviene partire dalla prima influencer: Livia Drusilla (58 a.C., 29 d.C.).    

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Busto di Livia Drusilla, 31 a.C. (Louvre).

Livia è la moglie di Ottaviano Augusto e insieme formano la prima coppia imperiale della storia romana. 

Augusto era uno strenuo difensore della moralità e dell’apparenza, soprattutto degli altri, e la moglie non era da meno. Livia indossava sempre tuniche semplici, non si truccava né indossava gioielli vistosi. Portava i capelli raccolti in uno chignon, con il solo vezzo di alcune onde ai lati e piccoli riccioli che ricadevano sulla nuca. 

Era l’alba dell’impero e Augusto consolidava il suo potere anche attraverso un aspetto che non alimentasse voci di spese per lussi orientaleggianti: nei romani il ricordo delle stravaganze di Antonio e Cleopatra era ancora vivo, e tutto quello che appariva esotico ed egiziano era associato ad uno stile di vita dissoluto, ben lontano dalla rigida morale pubblica romana. 

Ad Augusto seguì Tiberio, figlio di Livia, e la moda romana rimase tutto sommato sobria. Con l’avvento di Caligola le cose iniziano a cambiare. Appassionato dei culti egizi legati a alla dea Iside, adottò uno stile che assomigliava più a quello di un sovrano asiatico che a quello di un imperatore romano.

A corte e nelle domus patrizie si diffuse l’uso di sete, cotone egizio, eyeliner, fondotinta e ciglia finte, parrucche profumate e vistosi gioielli orientali.

La Babilonia romana durò quattro anni: morto Caligola salì al trono suo zio Claudio. All’inizio sembrò di assistere ad una inversione di rotta ma durò poco.

Agrippina, la prima e vera fashion victim

I patrizi romani erano ormai “vittime” delle mode raffinate e la seconda moglie di Claudio, la divina Agrippina, più di tutti. Sul Palatino si respirava un’aria che sapeva di terre lontane, luoghi che profumavano di incensi e pomate fragranti, e che brillavano di oro e di sete cangianti.   

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Ava Gardner nel ruolo di Agrippina – serie tv A.D. Anno Domini, 1985.

Nerone, la “divinità” della vanità

Nerone quando salì potere non fu da meno: si credeva una divinità in grado di influenzare le mode ma né rimase infine una vittima. 

Sdoganò le acconciature maschili e le tinture per capelli in oro e argento. Era pazzo dei grossi anelli realizzati in un unico blocco di zaffiri, topazi o smeraldi. Arrivò al punto di usare uno smeraldo intagliato come “monocolo” per osservare meglio gli spettacoli nel circo. 

Con la sua morte, nel 68 d.C., si chiuse la dinastia Giulio-Claudia ma non finì la passione per i lussi. Roma assomigliava sempre più ad un caravanserraglio dove affluivano popoli, culti e usanze impensabili cinquant’anni prima.

Trascorso un secolo salì alla ribalta una delle donne più influenti che l’impero abbia mai conosciuto: la siriana Giulia Domna (170 d.C., 217 d.C.).  

Figlia del grande sacerdote del dio siriano El-Gabal, a diciassette anni sposò Settimio Severo, proclamato imperatore nel 193.    

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Giulia Domna, in Italia giunge l’influenza siriana

Lei era siriana e lui era nato a Leptis Magna, in Libia. Con le sole eccezioni di Traiano e Adriano, entrambi nati in Spagna, Settimio fu il primo imperatore romano “africano” e, insieme alla moglie, portarono a Roma le loro usanze. 

La capitale si era definitivamente trasformata in una metropoli multietnica, e le mode ne avevano seguito, e forse anticipato, l’evoluzione.

Le parrucche si erano fatte altissime e imponenti, molto simili a quelle che millecinquecento anni dopo avremmo visto a Versailles, prima con il Re Sole e poi con Maria Antonietta.

Quelle più ricercate e costose erano realizzate con lunghe chiome rosse di giovani schiave germaniche o celtiche.  

Anche il trucco anticipava la moda di Versailles: viso coperto di biacca bianca, guance e labbra imbellettate di rosso acceso, sguardo dilatato dalle ciglia finte, sopracciglia tinte di nero e nei finti in punti strategici del viso.     

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Parrucca realizzata per il film Satyricon, 1969.

Con Giulia Domna l’abbigliamento si adeguò ai dettami della moda siriana, con sontuose tuniche in seta ricamata, grandi orecchini, elaborate collane in oro, perle, turchesi e coralli. Dai classici sandali romani si passò a modelli chiusi e rialzati a stivaletto, dorati o rivestiti di gemme.

Alcuni anni dopo l’Imperatore Eliogabalo, nipote di Settimio Severo e famoso per la sua stravaganza, proibì alle matrone l’uso di queste calzature per il solo fatto che voleva essere l’unico a indossarle. 

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Lawrence Alma Tadema: “Le rose di Eliogabalo” 1888 (collezione privata).

Il fallo come ornamento di bellezza

Il quel periodo gli amuleti fallici contro il malocchio “i Fascinus”, da sempre diffusi nella cultura romana, divennero veri e propri ornamenti da indossare alla stregua di gioielli: piccoli, a forma di ciondoli, venivano fissati a lunghe catenelle e lasciati tintinnare per scacciare la malasorte.  

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Fascinus del I secolo dopo Cristo conservato al Museo Archeologico di Napoli.

Alle parrucche alte Giulia Domna preferiva quelle di foggia orientale, basse, gonfie e con numerose trecce parallele che andavano a raccogliersi alla base della nuca, arricchite da polvere d’oro e profumate con essenze a base di ambra, mirra, rose turche e sandalo. 

In brevissimo tempo la nuova tendenza si diffuse fra le matrone, sempre attente ad ingraziarsi i favori dell’imperatrice di turno. 

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Valentina Cortese nelle vesti di Erodiade in “Gesù di Nazareth” – Franco Zeffirelli, 1977.

Roma come Alessandria d’Egitto, Efeso o Antiochia. Fra le sue vie e le sue piazze si respirava un’atmosfera che non aveva più nulla da spartire con i tempi dell’austera repubblica, rimpianta e vagheggiata solo dai poeti.

Da lì in poi Roma, l’impero e le mode furono sempre più influenzate dai popoli “barbari”, i cui costumi venivano assorbiti, mescolati e proposti sia nell’abbigliamento che nella cosmesi. Fra il quarto ed il quinto secolo d.C., durante gli ultimi bagliori di uno stato prossimo al tramonto, apparvero le “braccae”, i primi pantaloni maschili, e dei “costumi da bagno” femminili a due pezzi, utilizzati per gli sport alle terme. 

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Ragazze in “bikini” nei mosaici della Villa romana del Casale, c. 350 d.C. – Piazza Armerina.

Da sempre la moda strega uomini e donne, incatenandoli ad un’estetica in perenne mutazione. 

Più spesso di quanto si pensi la storia riemerge e fa capolino sulle passerelle degli stilisti, prova evidente che è sempre più difficile inventare qualcosa di assolutamente nuovo. 

John Galliano disse che “La moda è prima di tutto l’arte del cambiamento”, ma nei tempi attuali, quando si è visto tutto, osato tutto, forse inventato e sicuramente reinventato tutto cos’è il cambiamento? 

Lascio che ciascuno trovi la sua risposta.  

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Dolce e Gabbana: sfilata nella Valle dei Templi – estate 2019. 

Figura 20 –