domenica, Febbraio 25

Una lampada posta all’ingresso del futuro

Intervista a Nikolas Vakalis, restauratore e cittadino del mondo per vocazione, anima di San Gemini Preservation Studies

Da quando l’umanità ha iniziato a costruire città, templi e palazzi c’è sempre stato qualcuno che, a distanza di tempo, si glorificava di averli restaurati. Così accadeva in Mesopotamia con le ziggurat, in Egitto con le piramidi e la Sfinge e nella Roma imperiale con i templi e gli anfiteatri.

Sovrani e mecenati hanno lasciato nel corso dei secoli lastre e targhe a ricordo imperituro delle loro imprese di tutela delle ricchezze artistiche. Ovviamente nessuno di loro ha mai pulito, accomodato o riparato nulla, semplicemente affidavano i lavori a maestranze altamente qualificate. 

Lo stesso accade oggi, e siccome la storia è un cerchio che tende a ripetersi, questi professionisti del restauro e della conservazione operano dietro le quinte, preservando silenziosamente il nostro passato. 

Parlo dei Restauratori, una categoria che, troppo spesso, passa nel silenzio generale ma che ci permette di ammirare nei siti archeologici e nei musei millenni di storia dell’arte. 

San Gemini Preservation Studies
San Gemini Preservation Studies

San Gemini Preservation Studies

Anni fa la mia strada si è incrociata con quella Nikolas Vakalis, un restauratore e conservatore di beni storici nato in Grecia, cittadino italiano ma allo stesso tempo cittadino del mondo per vocazione. 

Nel 1999 e per circa 10 anni insegna come docente per la Wisconsin University nel programma San Gemini Preservation Studies, una “summer school” che ogni anno ha luogo nel borgo umbro di San Gemini. 

Nel 2009 questo programma diventa autonomo ed entra a far parte dell’International Institute for Restoration and Preservation Studies di New York, fondato da Nikolas insieme ad un collega americano, e del quale diviene il direttore. Da un paio d’anni il programma di San Gemini è affiliato alla West Virginia University.    

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San Gemini Preservation Studies – San Gemini, provincia di Terni.

L’intervista a Nikolas Vakalis

Cinque domande e altrettante risposte che ripercorrono decenni di passione e amore per l’arte, di lavoro e insegnamento, e che sollevano il velo su un mestiere indispensabile per capire la nostra eredità storica.   

Quarant’anni spesi restaurando e conservando opere d’arte in giro per tutto il mondo. Com’è cambiata nel tempo la tua professione Nikolas?

“Mi sono diplomato all’Istituto Centrale del Restauro di Roma nel 1979 e da allora ho creato la mia società e lavorato con le varie soprintendenze delle regioni del centro Italia. Devo però dire che a distanza di tanti anni quella del restauratore purtroppo continua ad essere una categoria la cui professionalità non è sempre stata tenuta nella giusta considerazione. 

Sebbene il restauratore sia un professionista con una laurea che garantisce un’alta specializzazione, con una preparazione teorica, umanistica e scientifica e tecnica tali da permettergli di poter progettare ed eseguire un’attività di restauro su superfici di beni culturali estremamente delicate e ricche di preziose informazioni da salvaguardare. 

Devo sottolineare che sebbene per arrivare a certi risultati con il giusto approccio metodologico, si deve avere un bagaglio di conoscenze tali che permetta di dialogare con tutte le professionalità coinvolte in un progetto di restauro, quindi chimici, fisici, biologi, architetti, ingegneri e storici dell’arte, ebbene nel sistema degli appalti spesso il restauratore è subordinato alle grandi ditte edili alle quali vengono affidate opere che invece necessitano di un lavoro specialistico come quello del restauro.

Inoltre ricordo con amarezza come allora, e spessissimo purtroppo ancora adesso, come nome del restauratore o della ditta di restauro venga e continui a venire omesso negli articoli dei giornali o dagli altri mezzi di informazione, mettendo invece in risalto la direzione dei lavori e altri soggetti che hanno in qualche modo contribuito al restauro. Strana quanto pessima abitudine che però tarda ad essere sradicata”. 

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Nikolas Vakalis e l’Arco di Costantino a Roma, 1983.

Sei il Direttore del San Gemini Preservation Studies ma sei anche un insegnante. Cosa ti ha spinto a scegliere di istruire i giovani? Soprattutto, cosa spinge oggi i ragazzi a scegliere questa professione così particolare?

“La summer school di San Gemini ha segnato per me l’inizio del mio lavoro di insegnamento, un’esperienza che prosegue ancora oggi a distanza di 23 anni. Attraverso la scuola di San Gemini sono passati centinaia di ragazzi provenienti da tutto il mondo con alcuni di loro che hanno proseguito facendo anche carriera proprio in questo settore. 

Parallelamente ho partecipato come insegnante in progetti in varie parti del mondo dall’estremo oriente al medio oriente, dal nord Africa agli Stati Uniti. 

È stata una meravigliosa sorpresa dopo circa 20 anni di lavoro con la mia ditta, dal 1980 al 2001, scoprire che ero capace di comunicare con chi si aspettava da me di ricevere delle informazioni. Non è tutto così ovvio, penso che ci voglia una buona dose di empatia con chi ti sta di fronte e purtroppo, ne ho la riprova, credo che o ce l’hai o non ce l’hai. 

Ho scoperto di averla e da allora è stato un susseguirsi di bellissime esperienze. E se hai capacità empatiche riesci a superare anche la barriera della lingua… ecco perché ho ricordi meravigliosi con i miei studenti, cinesi, africani, arabi o americani che siano. 

E poi comunque ci vogliono anche qualità “diplomatiche”, perché sebbene si vada a insegnare concetti che non sempre fanno parte di quella cultura, bisogna avvicinarvisi sempre “in punta di piedi” mai pensando di essere detentori e dispensatori di scienza infusa, anzi, io personalmente ho avuto la fortuna di aver imparato molto dalle persone a cui dovevo insegnare… È uno scambio da cui tutti ne usciamo più ricchi, basta essere aperti ad accettare l’altro e il suo modo di concepire le cose…”.   

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San Gemini 2006.
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Restauro di testi antichi nei laboratori del SGPS
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Piazza Farnese a Roma e una delle due fontane restaurate.
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La Chiesa di San Michele Arcangelo a Gavalli, in provincia di Perugia.
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La Madonna del Belvedere di Ottaviano Nelli nella Chiesa di Santa Maria Nuova a  Gubbio (1403).

Come si svolge la vita di uno studente che sceglie di intraprendere questa professione?

“E’ una strada lunga come per tutte le professioni che implicano un’alta specializzazione: per chi vuole diventare restauratore ormai l’unica via è quella di ottenere una laurea magistrale che richiede 5 anni di studio con frequenza obbligatoria presso gli Istituti Centrali del Ministero per i Beni Culturali, ma oggi anche presso numerose Università. 

Si studiano materie umanistiche ma anche scientifiche quali chimica, fisica, biologia e molto altro. Proprio questo permette poi di comunicare con tutte le professioni che partecipano ad un progetto multidisciplinare come quello di un restauro di un bene culturale. 

Allo studio teorico si accompagna molta esperienza di laboratorio e in estate cantieri didattici. Io sono stato fortunato perché ai miei tempi i cantieri si svolgevano nella Basilica Superiore di San Francesco, in compagnia di Cimabue, un piccolo – forse – Duccio di Buoninsegna ed altri artisti che hanno dipinto gli affreschi nel transetto di questo splendido monumento …”.

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il Sino-Italian Conservation Training Center a Beijng – 2009.

Dalla Grecia all’Italia, passando per gli Stati Uniti, ti sei costruito una carriera ed un bagaglio di esperienze internazionali. Il restauro e la conservazione dei beni storici: come sono affrontati in Italia e come lo sono nel resto del mondo?

“La quasi totalità della mia carriera come restauratore, anche se svolta all’estero, afferisce comunque all’Italia e alle istituzioni che si occupano della salvaguardia dei beni culturali, in primis l’Istituto di Restauro, fondato dal grande teorico del restauro Cesare Brandi e che è stata la scuola dove mi sono formato nella seconda metà degli anni ’70, ma anche più in generale il Ministero per i Beni Culturali in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, così come università ed altri organismi pubblici e privati. 

E spesso le istituzioni italiane hanno lavorato e continuano a lavorare in stretta collaborazione con organismi internazionali quali il World Monuments Fund o l’Unesco per citarne due, e sono proprio queste iniziative da parte dello stato italiano e le varie collaborazioni che mi hanno permesso di viaggiare e poter dare il mio apporto alla salvaguardia dei beni culturali nel mondo tramite soprattutto il ruolo di docente dove ho formato un grande numero di persone come dicevo prima. 

A questo proposito, uno dei progetti più ambiziosi è stato quello che ha avuto come obiettivo finale la creazione del Sino-Italian Conservation Training Center a Pechino che ha formato finora almeno 700 restauratori che lavorano secondo criteri di restauro basato sull’approccio teorico e metodologico quale quello che si è sviluppato nel secolo scorso in Italia con i vari teorici del restauro, il più importante fra i quali il già citato Cesare Brandi e la sua opera fondamentale, la “Teoria del Restauro”. 

Oggi questi 700 restauratori lavorano in musei e siti in tutta la Cina restaurando e formando a loro volta altri restauratori grazie all’eccellenza che l’Italia ha raggiunto, esportato nell’ambito del restauro dei beni culturali e nell’ambito del quale ha un ruolo importantissimo. Mi sento fortunato e onorato di aver potuto dare anch’io il mio contributo a un progetto così ambizioso e, devo aggiungere, molto ben riuscito!”.

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Cina – Longmen – 2004.
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Iraq – Hatra, 2021.

Domanda da un milione di euro: quale intervento ti ha regalato maggiori soddisfazioni e quale potrebbe essere un “sogno del cassetto”?

“Ci sono stati molti interventi che mi hanno soddisfatto e appassionato in modo particolare, una parte di essi sono i miei primi cantieri di pronto intervento tra le montagne dell’Appennino umbro nei primissimi anni ’80 in particolare tra i magici paesaggi della Valnerina dove negli anni ’70 c’era stato un disastroso terremoto… Ovviamente c’erano la passione e le energie giovanili, oggi la passione rimane mentre per le energie non posso dire lo stesso …

Però i ricordi, con tanta nostalgia, rimangono. Ho ancora davanti a me le immagini di edifici di culto in piccoli villaggi dove ci si arrivava a quel tempo tramite strade non asfaltate e dove, entrando, improvvisamente rimanevi sbigottito dalla ricchezza degli apparati decorativi, quali dipinti murali, tele, pale d’altare, altari lignei che spesso erano anche di buona e qualche volta ottima qualità… Mi sono sempre chiesto quali fatiche devono aver affrontato gli artisti con le loro “botteghe” al seguito per arrivare in posti così impervi difficili da raggiungere persino ai nostri tempi e quali sacrifici dovevano aver fatto i fedeli per poter pagare gli artisti che ai loro tempi, alcuni, avevano già una buona reputazione e fama. 

Ho lavorato in contesti e su materiali così vari nell’arco della mia carriera che posso dire di esserne pienamente soddisfatto. Penso che tra il sito più antico in cui ho avuto un cantiere didattico, ovvero il sito di Qalinj Agha nel Kurdistan Iracheno che data 6000 a.C., e il progetto di restauro per una casa progettata da Frank Lloyd Wright a Milwaukee negli USA, del 1916, insieme agli studenti dell’Università del Wisconsin, ecco, penso che il mio desiderio di “spaziare” sia stato sufficientemente appagato…! 

Mi è difficile parlare di un sogno nel cassetto ma direi che più che un sogno di poter fare qualcosa di mai fatto, il mio “sogno” è di poter continuare il più a lungo possibile a insegnare, ossia la cosa che mi dà più soddisfazioni in assoluto…”. 

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Iraqi National Museum a Bagdad, 2019.
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Iraqi National Museum a Bagdad, 2017.
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Sudan, Jebel Barkal – El Mut Temple, 2020.

Cina, Egitto, Marocco, Algeria, Giordania, Iraq, Kosovo, Albania e tante altre nazioni. C’è una nazione ti ha colpito maggiormente e perché?

“Devo dire che tutti luoghi in cui sono stato per lavoro mi hanno affascinatomalgrado forse con una titubanza iniziale, ma poi mi ha sempre conquistato la diversità delle culture, della gente, delle loro abitudini e del loro modo di pensare. Però sicuramente posso dire che un luogo su tutti ha esercitato – e continua ad esercitare – su di me un fascino irrefrenabile: la Cina. Lì posso dire senza mezzi termini di aver perso la testa, è stato un inaspettato colpo di fulmine, e dico inaspettato perché quando me l’avevano proposto avevo alzato gli occhi al cielo, non avevo una grande curiosità verso le civiltà dell’estremo oriente, mentre avevo più passione e interesse per il vicino oriente.

Eppure da allora la Cina è rimasta incastonata come una pietra preziosissima nel mio cuore e continua ad esercitare un’attrazione che non ha fine. Ne ero rimasto talmente colpito che avevo iniziato a studiare la lingua e pensato addirittura di trasferirmi là. Poi la vita ti propone altre strade e la curiosità ti fa seguire altri percorsi… Ma in Cina ci sono tornato cinque volte (dal 2004 al 2010) e da allora non l’ho più dimenticata. In definitiva comunque tutti i posti dove sono stato mi hanno lasciato bei ricordi – a volte certo, filtrati attraverso la nostalgia – perché sul momento le cose non erano sempre rose e fiori, soprattutto in luoghi dove ancora si percepiva un pericolo più o meno latente.

Ma i bei ricordi spesso sono legati al rapporto di grande affetto che si stabiliva tra gli studenti e me e che sicuramente il tempo non cancella anche se con molti di loro non c’è stata più possibilità di rimanere in contatto. Penso sempre alla Cina dove i social media, che sono comunque un mezzo di comunicazione facile e diretto, sono vietati, cosa invece che per altri paesi un po’ più “liberali” ha funzionato permettendoci così di mantenere vivo il rapporto di amicizia”.

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Iraq – scavi di Ur, 2011.
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Iraqi National Museum a Bagdad, 2017.

Durante la tua lunga professione ti sei mai imbattuto nella tutela o salvaguardia di opere d’arte messe in pericolo da guerre?

“Assolutamente sì. Soprattutto negli ultimi dieci anni ho frequentato paesi che comunque avevano avuto recenti situazioni di conflitto e ai quali l’Italia ha fattivamente dato una mano con progetti mirati, con lo scopo di rimettere insieme i frantumi – in senso lato e in senso concreto – della loro cultura così duramente violentata dalla guerra. La mia esperienza si è concentrata soprattutto in Iraq, in gran parte a Baghdad, nel Museo Archeologico tristemente famoso per il devastante saccheggio durante la guerra. Però una missione in tempi ancora non tranquilli, intorno al 2010, in cui c’era una forte sensazione di pericolo è stato in quell’apparentemente “povero” ma incredibilmente affascinante sito che è Ur dei Caldei.

Noi alloggiavamo nell’enorme base militare americana a pochissimi chilometri da Ur e a una ventina di minuti dalla martoriata Nassiriya. Ogni mattina venivamo accompagnati dai militari con una jeep che ci precedeva e una che ci seguiva e noi bardati con giubbotti antiproiettile e caschi. Una volta arrivati i militari scendevano per primi per controllare se qualcosa era stato manomesso o spostato rispetto al giorno prima, cosa che avrebbe potuto significare la possibile presenza di una bomba, e solo allora ci permettevano di scendere e iniziare il nostro lavoro. Coraggiosissimi loro, noi un po’ meno, ma alla fine ci si fa quasi l’abitudine…

E la stessa sensazione di inquietudine era nell’aria anche durante l’ultima missione irachena l’anno scorso, che si è svolta nell’area archeologica di Hatra, nel nord del paese. Lì erano ancora evidentissime le ferite subite dai manufatti e dagli edifici – senza fare menzione della sofferenza della popolazione e di chi aveva tentato di ribellarsi – durante l’occupazione dell’Isis che con la loro furia iconoclasta distruggevano qualsiasi oggetto non fosse rappresentativo del loro credo religioso pericolosamente fondamentalista. 

Nell’antica fiorentissima città dei Parti, parzialmente scavata, soprattutto all’interno delle mura dell’area sacra, c’è in realtà ancora moltissimo da scoprire ed è incredibile quanto sia vasta l’area non sondata. In questo caso si è simbolicamente iniziato con il rimettere insieme i vari frammenti dei mascheroni presi a martellate dai folli individui durante i tre anni di insediamento in questa area che conserva importantissime testimonianze di una fiorente civiltà in cui si mescolano influenze persiane, greco-romane e arabe. 

Ho lavorato con tre studenti, colleghi restauratori locali, e come ogni volta si è instaurato un rapporto molto bello. Come dicevo anche in questa missione, il pericolo era latente e questa sensazione diventava più manifesta dal fatto che non ci era permesso uscire dal sito se non accompagnati dai militari che avevano un loro alloggio non lontano dalla casa della missione. Hatra era l’ultimo avamposto prima del deserto in cui ci avevano detto che c’erano sparsi gruppi di resistenti Isis. Questo non dava proprio una grande tranquillità… C’è stata però una grande commozione quando una delle mensole antropomorfe, proprio quella presa a martellate e fatta crollare come viene mostrato nel video prodotto dall’ISIS, è stata ricollocata nella sua posizione originaria…”.

San Gemini Preservation Studies
Iraqi National Museum a Bagdad, 2019.

Ringrazio Nikolas per le riflessioni e lo saluto mentre è in procinto di partire per lavoro, diretto in Arabia Saudita.  

Nel 1951 Marguerite Yourcenar, nel romanzo “Memorie di Adriano”, scriveva:

Non c’è nulla di più fragile dell’equilibrio dei bei luoghi. Le nostre interpretazioni lasciano intatti persino i testi, essi sopravvivono ai nostri commenti; ma il minimo restauro imprudente inflitto alle pietre, una strada asfaltata che contamina un campo dove da secoli l’erba spuntava in pace creano l’irreparabile. La bellezza si allontana; l’autenticità pure”.

Con due frasi Marguerite mette a fuoco i problemi della conservazione del patrimonio culturale. Oggi viviamo un tempo dove in molti luoghi del mondo cancellare o riscrivere la storia è quasi una moda, così come abbattere statue e demolire monumenti. 

I romani chiamavo tutto ciò “Damnatio memoriae”, più recentemente si usa la locuzione “Cancel culture”, io preferisco definirla “la stupidità figlia dell’ignoranza”.

La storia è ciò che ci definisce e la cultura odierna è il risultato di millenni di evoluzione etica, artistica e filosofica: un complesso mosaico fatto di slanci in avanti, marce indietro, attimi di gloria e periodi oscuri. 

Cancellare frammenti di questo lungo percorso solo per adeguare la storia alla percezione attuale della realtà è stupido e del tutto inutile. Accettarli per quel che sono stati, guardarli nel loro contesto storico e valutarli con spirito critico è forse l’unico modo per evitare i ricorsi del passato. 

Come l’uomo ha le ossa a sostenere la propria carne, il mondo ha le pietre a sostenere la propria storia. A professionisti come Nikolas spetta il delicato compito di prendersene cura e restaurarle. A noi spetta il compito di osservale e comprenderle.       

Infondo “Il passato è come una lampada posta all’ingresso del futuro” (Félicité Robert de La Mennais).           

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Nikolas Vakalis, 2021.

Qui il link al sito del San Gemini Preservation Studies.

Qui il link al sito di Nikolas Vakalis.