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Ritratto della Marchesa Luisa Casati Stampa

Marchesa Luisa Casati Stampa. Il volto dietro la maschera

Una donna controversa e una storia accurata che racconta il volto inedito della dama più controversa del’900

Questo è l’articolo che per molto tempo non ho voluto scrivere su una donna folle divenuta icona. Della Marchesa Luisa Casati Stampa hanno scritto tutto. Poche certezze, molte inesattezze e tante leggende che si mescolano creando il mito della “Divina Marchesa” venerata da D’Annunzio.  

Marchesa Luisa Casati Stampa
Augustus John: Marchesa Casati;, 1919 – Art Gallery of Ontario (Toronto).

Le origini della Marchesa Luisa Casati Stampa

Donna eccentrica e folle, musa e mecenate di artisti, anticonformista e irriverente, seduttrice mai sedotta, Maria Luisa Casati Stampa scelse di essere “un’opera d’arte vivente” sacrificando tutto e tutti. 

In tanti, e a vario titolo, hanno raccontato le sue stravaganze, ma nessuno è andato oltre la maschera che la Casati indossò per quasi tutta la sua dissennata esistenza.

Luisa nasce a Monza il 23 gennaio 1881, figlia del multimilionario Alberto Amman, magnate dell’industria cotoniera italiana. Il contributo del padre all’industria tessile nazionale è così rilevante che nel 1887 Re Umberto I lo crea Conte. 

Per lei e la sorella Fanny (nata nel 1880) i primi anni trascorrono fra bambinaie e governanti. Fra il 1894 ed il 1896 perdono prima la madre e poi il padre, ritrovandosi ad essere le più giovani e ricche ereditiere italiane. 

Crescono sotto la tutela dello zio Edoardo Amman, educate da istitutori privati e tenute lontano da sguardi indiscreti, soprattutto per evitare la curiosità che un patrimonio milionario porta sempre con sé.      

Luisa è intelligente e curiosa ma anche timida e introversa. La carenza di affetti la porta a sviluppare un attaccamento quasi morboso per la sorella Fanny, forse l’unica persona che lei amerà sinceramente in tutta la sua vita.

Crescendo sviluppa una figura che contrasta con l’immaginario femminile del tempo: alta e magra, con poco seno, le braccia e le mani lunghe, il viso dai tratti irregolari illuminato da immensi occhi verdi. 

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Luisa Casati Stampa nel 1900

Il matrimonio con Camillo Casati Stampa

Il 1900 si apre con l’Esposizione Universale di Parigi e con il matrimonio fra Luisa e il Marchese Camillo Casati Stampa

Molti hanno scritto che Camillo accettò un matrimonio d’interesse per rimpinguare le casse di famiglia: nulla di più falso

La verità è che i matrimoni dell’alta società erano decisi dalle famiglie e i diretti interessati non avevano voce in capitolo.   

Gli Amman volevano rafforzare la propria posizione nell’aristocrazia italiana mentre i Casati Stampa, già ricchi di loro, colsero l’occasione di incrementare il proprio patrimonio.

Prima di scandalizzarvi sappiate che oggi nulla è cambiato: soldi sposano soldi, con buona pace delle Cenerentole e dei Principi Azzurri.   

Un’altra inesattezza vuole che gli sposi fossero distanti per idee e formazione culturale. In realtà Camillo influenzò molto la moglie nei primi anni della loro unione. Vale la pena ricordare che lui era cresciuto in una famiglia milanese il cui “salotto” era meta abituale di intellettuali, politici, letterati e artisti. 

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Luisa a Camillo Casati Stampa nel 1900 presso la Cascata delle Marmore.

Il viaggio di nozze li porta a Parigi, dove l’aria è frizzante di novità: l’Esposizione Universale spalanca loro le porte dell’immaginazione e Luisa coglie la visione di nuovi mondi e modi di vivere.

Rientrata in Italia la coppia assume lo stile di vita tipico dell’aristocrazia del tempo: lui si dedica agli affari di famiglia e alla grande passione per la caccia, mentre lei ricopre elegantemente il ruolo di marchesa e padrona di casa. 

Marchesa Luisa Casati Stampa e il rapporto con la figlia Cristina

Nel 1901 nasce la loro unica figlia, Cristina, ma la maternità non si adatta a Luisa che perentoriamente decide di non avere altri figli: vuole concentrarsi su sé stessa senza nessuno che la distragga. Inoltre inizia a sentirsi intrappolata da uno stile di vita agiato ma monotono: il blasone dei Casati le garantisce lo status sociale, ma parenti e amici del marito l’annoiano con la loro routine.   

Per ovviare al tedio milanese nel 1906 Camillo fa costruire una piccola villa a Roma (Villino Casati), dove Luisa continua ad annoiarsi ma in compenso può stupire e scioccare la capitale con le sue prime stravaganti apparizioni.     

Proprio a Roma incrocia colui che la inizierà verso la sua personalissima trasformazione in una “opera d’arte vivente”: Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio, il Vate innamorato della Marchesa Luisa Casati Stampa

Il Vate rimane folgorato da Luisa e dal suo patrimonio: abituato a circondarsi di donne agiate gli piace il profumo di ricchezza e nobiltà che lei emana. Da parte sua Luisa intuisce che quell’uomo mezzo matto, edonista e libertino può essere la chiave di volta per il tanto agognato cambiamento. 

Per la prima volta nella vita D’Annunzio non conduce il gioco: Luisa lo ammalia, lo seduce, divengono amanti ma lei non gli concede nulla. Per tutta la vita lo terrà legato a sé con illusorie promesse, slanci di poetica pazzia e gelidi silenzi.   

Ispirandosi ai miti greci e romani lui la ribattezza “Coré” – sposa di Ade, divinità dell’oltretomba e sovrana della vita e della morte – lei ringrazia e plasma la propria immagine su imitazione della dea: l’aranciato fiammeggiante per i capelli, onde nere di kajal attorno agli occhi e le pupille verdissime dilatate dalla belladonna. 

Si sente come una crisalide pronta ad uscire dal bozzolo, una farfalla che inizia a distendere al sole le ali color fuoco, con una gran voglia di stupire il mondo.

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Luisa durante una battuta di caccia nelle campagne romane, 1907

La separazione dei coniugi Casati Stampa

La relazione con D’Annunzio e lo scandalo che ne segue è la pietra tombale sul matrimonio; nel 1910 Luisa e Camillo decidono per la separazione. Lui resta a Roma, dove affitta un intero piano di Palazzo Barberini, mentre lei sceglie Venezia, dove acquista Palazzo Venier dei Leoni. 

La tutela della figlia Cristina resta a Camillo, d’altronde la madre non ha mai mostrato grande amore per la bambina. 

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Giovanni Boldini: “La Marchesa Casati con piume di pavone” 1911 – private collection

Come un serpente, che muta ciclicamente la pelle, Luisa inscena un nuovo cambiamento. 

Ufficiosamente libera da legami e fornita di un patrimonio enorme dà sfogo al suo estro creativo. Gabriele D’Annunzio, che continua a venerarla, conia per lei l’epiteto “Divina Marchesa”: un ruolo che Luisa interpreta alla perfezione. 

Inizia la lunga stagione veneziana della Marchesa Casati, e la città lagunare, da secoli avvezza alle stravaganze, ne vede di tutti i colori.

Per un decennio Palazzo Venier dei Leoni, le calli, il Canal Grande e Piazza San Marco sono il palcoscenico dove Luisa interpreta e reinventa sé stessa, in una spasmodica ricerca estetica ed edonistica finalizzata a mutarla in un’opera d’arte in continua evoluzione. 

Come si reinventa la Marchesa Luisa Casati Stampa dopo la separazione da Camillo

La Marchesa Luisa Casati Stampa non è un artista in senso stretto ma intuisce con decenni d’anticipo il valore della Performance Art. Indossa abiti che sono costumi di scena pensati per lei da Léon Bakst (costumista dei Balletti Russi di Sergej Djagilev), ed è la prima donna a vestire l’abito Delphos di Mariano Fortuny, una seducente tunica plissettata inspirata agli aurighi greci che aderisce flessuosa al corpo (in un epoca in cui le donne sono ancora strette nei corsetti). 

Paul Poiret crea per lei una mise alla persiana ispirata al balletto “Sheherazade”, e un abito illuminato da una cascata di diamanti.  

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Una delle creazioni di Leon Bakst per Luisa Casati

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L’abito Delphos di Mariano Fortuny, 1910

Le sue apparizioni ai balli e alle soirée destano sensazioni contrastanti: artisti e intellettuali oscillano fra la meraviglia e l’ammirazione, l’alta società propende più per la riprovazione. Prima di lei nessuna nobildonna si era spinta così oltre la soglia del buongusto e della decenza. 

Vanità? Narcisismo? Forse sì, o forse in queste apparizioni può trasformarsi, annullarsi e vincere la sua timidezza: non solo cambiare il look ma mutare anche l’anima. 

Le esibizioni della Marchesa Luisa Casati Stampa

I suoi folgoranti ingressi sono esibizioni mute e misteriose: una dea non parla, una chimera tace e si mostra. Di volta in volta è l’Imperatrice Teodora, truccata come un mosaico bizantino e con una corona di Lalique sul capo. È Lady Macbeth, con alla gola una mano in cera sporca di sangue. È Cleopatra in un cocchio d’oro trainato da due leopardi. È San Sebastiano con una corazza d’argento trafitta da frecce elettriche (da cui rimane quasi folgorata a causa di un cortocircuito). È la Contessa di Castiglione con un sontuoso abito ottocentesco in raso nero, con uno specchio d’agata nera e una maschera di cristallo sul viso.    

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Luisa Casati interpreta la Contessa di Castiglione

All’Opéra di Parigi appare avvolta in piume di pavone e gallo cedrone con un rivolo di sangue che le cola lungo il braccio e la mano: metà delle signore presenti svengono.      

La controversa Marchesa Luisa Casati Stampa

Gira di notte fra le calli veneziane, nuda, con il corpo dipinto di bianco e i capelli rosso fuoco, indossando un mantello di velluto, scarpe in cristallo con tacco a stiletto e, a guisa di monile, un boa albino al collo; mentre avanza è rischiarata dalla luce delle torce portate da servitori neri dipinti in oro; o così narra la sua leggenda.  

Se le signore per bene portano a passeggio i propri cagnolini lei preferisce portare a spasso il suo ghepardo. Ça va sans dire, ciascuno ha i propri gusti. 

Il giardino e le sale del palazzo sono un caravanserraglio di animali esotici: del resto pantere nere, pavoni bianchi e corvi albini si intonano alla perfezione con gli arredi in bianco, nero e oro. Adora i serpenti, soprattutto i cobra ed i boa constrictor.

Uno dei tanti “si dice” vuole che nei primi anni ’20, in viaggio per New York, perse il suo amatissimo boa Anaxagarus a bordo del transatlantico Aquitania, scatenando il panico. Non fu mai ritrovato ma per oltre vent’anni l’equipaggio giurò di sentirlo ogni tanto “scivolare” lungo le condotte e le tubature.   

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Nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni, c. 1911

Ballo Longhi: Luisa brilla a Venezia

Nel 1913 il Conte Filippo Grimani, sindaco di Venezia, le concede in affitto per una notte Piazza San Marco: è il leggendario Ballo Longhi. Il Canal Grande, illuminato dalle gondole piene di lanterne cinesi, la piazza circondata da centinaia di carabinieri in alta uniforme e squarciata dai giochi d’ombra per le tante torce rette dai servi neri a torso nudo, la gente arrampicata sui tetti per assistere, e gli invitati abbigliati e disposti a riprodurre i dipinti settecenteschi di Pietro Longhi. È il primo dei vari balli che Luisa terrà in Piazza San Marco.

In sole sei settimane allestisce prima un ballo rinascimentale, poi una festa indù, infine una kermesse persiana. Luisa appare solennemente come una dea del Tiepolo e la bellezza diventa generale: tutti si sentono più belli alle sue feste. Ma il mondo sta per cambiare.

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La Casati vestita da Arlecchino durante uno dei balli in Piazza San Marco (Venezia).

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale

Nell’agosto del 1914, mentre Luisa soggiorna all’Hotel Ritz di Parigi, e senza il suo permesso, finisce al Belle Époque e scoppia la Prima Guerra Mondiale. Incurante dell’odore della polvere da sparo e del rombo dei cannoni la Divina Marchesa prosegue le sue kermesse come se nulla fosse, convinta che le guerre finiscono mentre le dee restano.

È da sempre attratta dall’occultismo e la sua grande passione per la Contessa di Castiglione, la Principessa di Belgiojoso e l’Imperatrice Elisabetta d’Austria la porta a praticare sedute spiritiche per stanare le loro anime. Impara la numerologia da Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento Futurista. Insieme a lui scopre che il suo numero benaugurale è undici. Di fatto il nome Luisa Casati sommato fa undici. 

Marinetti e gli altri. Cresce l’edonismo della Marchesa Luisa Casati Stampa

Marinetti la mette in contatto con il mondo degli artisti futuristi: per Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Fortunato Depero lei diviene musa e mecenate. Narcisista, egocentrica e autoreferenziale adora farsi ritrarre, e più sono scabrosi i dipinti, più suscitano sconcerto e rompono gli schemi, più lei si sente realizzata come “opera d’arte”. 

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Fortunato Depero: “La Marchesa Casati” 1917

L’incontro con Augustus John

Nell’inverno del 1919, in una Parigi euforica per la fine della guerra, incrocia lo sguardo del pittore inglese Augustus John. Magnetico, mondano e libertino, Augustus le viene presentato ad una festa data da una comune amica, Maria Ruspoli Duchessa di Gramont

Diventano amanti, forse attratti dal medesimo spirito di trasgressione. 

Il pittore la ritrae in uno dei pochissimi dipinti che rappresentano Luisa al naturale, priva di orpelli o abiti eccessivi: abbigliata con una semplice vestaglia e leggermente truccata, non interpreta nessun ruolo, offrendosi in un rarissimo squarcio d’intimità.

La relazione è breve ma intensa, sono due caratteri troppo egocentrici, ma Augustus rimarrà sempre legato da una sincera amicizia a Luisa.  

Muore la carissima sorella Fanny

A Roma, il 28 aprile 1919, muore improvvisamente sua sorella Fanny, l’unica persona che aveva veramente amato e sostenuto Luisa incondizionatamente. Come due facce della stessa medaglia erano il giorno (Fanny) e la notte (Luisa), divise per stili di vita ma unite da un amore profondo e sincero. 

Luisa vive un dolore devastante, quasi violento. Qualcosa si spezza dentro di lei: sente di non avere più le spalle protette. È la sola volta che prova l’impulso di piangere. Come in una sorta di trance inizia a viaggiare in modo ossessivo: per quasi un anno non riesce a fermarsi troppo a lungo in nessun luogo. 

Nell’estate del 1920 approda nella Piazzetta di Capri. È seguita da un valletto efebico con ombrellino di piume di pavone e da un’enorme servo nero con un pappagallo blu in una gabbia dorata. Lei indossa un cappello a cono nero ed è velata di pizzo nero dalla testa ai piedi. 

L’isola di Capri, da tempo meta delle stravaganze di mezzo mondo e avvezza alle stranezze grazie ad una nutrita colonia di gay e lesbiche, subisce per un anno e mezzo le bizze e le pazzie della Marchesa, uscendone piuttosto provata.

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Romaine Brooks: “La Casati” 1920

L’Hotel Quisisana non è abbasta per lei, vuole Villa San Michele, peccato che il proprietario, Alex Munthe, non sia del tutto d’accordo. Non riuscendo a vincere la sua ritrosia lo obbliga a lasciare l’isola con uno stratagemma, giusto il tempo che le serve per trasferirsi “armi e bagagli” nella villa. Quando lui ritorna si ritrova letteralmente “sfrattato” da casa mentre la Marchesa è intenta ad arredarla con tende in velluto nero, teste di caprone impagliate e sculture esoteriche.  

Il soggiorno a Capri, tra oppio e cocaina

Frequenta abitualmente Villa Lysis e il suo proprietario, il Barone Jacques d’Adelswärd-Fersen, fuggito a Capri dopo che un processo per corruzione di minori lo aveva travolto in Francia. Insieme a Luisa, chiusi nella “saletta dei narcotici”, si perdono in mondi onirici grazie a narghilè caricati con oppio e cocaina. 

Negli sprazzi di lucidità vaga per le viuzze capresi avvolta da veli neri, con un corvo nero sulla spalla e un lungo bastone da passeggio sormontato da una sfera di cristallo. Passata la curiosità iniziale anche l’allegra e gaia colonia di eccentrici espatriati inizia a temerla, forse consapevole che il passo fra stranezze e follia rischia di essere breve.

La situazione si risolve quando il buon Barone Fersen passa a miglior vita, suicidandosi con una overdose di champagne e cocaina: Luisa decide che l’esotica isola non ha più nulla da offrirle e si trasferisce in Francia.

Il trasferimento della Casati, in Francia

A Vésinet, ad un’ora da Parigi, acquista il Palais Rose, un elegante dimora costruita nel 1899 a imitazione del Grand Trianon della reggia di Versailles, e appartenuta a Robert de Montesquiou, poeta e supremo dandy della Belle Époque.  

In un attimo scompaiono gli arredi “fin de siècle” ed appaiono il nero, il bianco, l’oro, la sarabanda di animali esotici ed una finta pantera meccanica. 

La biblioteca diventa una galleria dedicata alla sua immagine: oltre 130 dipinti realizzati da Giovanni Boldini, Augustus John, Kees Van Dongen, Carlo Farneti, Romaine Brooks, Carlo Carrà, Ignacio Zuloaga, Alberto Martini, Alastair, Giacomo Balla, Fortunato Depero e Catherine Barjansky

E poi le sculture create da Jacob Epstein, Paul Troubetskoy e Renato Bertelli, i ritratti fotografici di Man Ray, Adolph de Meyer e Cecil Beaton.

Si tratta di una collezione d’arte strepitosa ma autoreferenziale: non vi appare nulla che non riguardi Luisa.   

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La crisi economica e la rinascita

L’ora di strada che la separa da Parigi la isola, ma per scacciare la noia di notti troppo lunghe e solitarie c’è l’oppio e l’assenzio. Durante le giornate trova spazio per riflettere e si rende conto che le sue ricchezze non potranno reggere per molto: vende le partecipazioni ai cotonifici Amman ed il palazzo di Venezia, insieme ad altre proprietà immobiliari.  

I forzieri tornano pieni e Luisa riprende lo stile di vita assiro fra grandi balli, costumi disegnati da Erté, gioielli di Cartier e Chaumet, interi guardaroba ordinati a Madeleine Vionnet, Jeanne Lanvin e Jean Patou.

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Alberto Martini: “La Marquise Casati dans mon atelier”, Parigi 1921

La Marchesa Casati è la prima donna divorziata della chiesa cattolica romana

Nel 1924 ottiene il divorzio dal marito Camillo: è la prima divorziata della chiesa cattolica romana. L’ex marito le concede di mantenere il nome di “Marchesa Luisa Casati”, un dettaglio a cui lei tiene sopra ad ogni cosa: il pensiero di tornare ad utilizzare il cognome Amman non la sfiora neppure.      

Siamo nel cuore dei Ruggenti Anni Venti e Luisa ricomincia a viaggiare. Siccome gli Stati Uniti la incuriosiscono attraversa l’Atlantico con una catasta di bagagli e servitù, approdando a New York. Benché ritenga gli americani degli eccentrici parvenu, sia la Grande Mela che la California le riservano un’accoglienza trionfale. Le vamp di Hollywood le devono molto riguardo ai look e alle pose fatali. 

Durante la marcia trionfale negli States pare rifiuti più di una proposta di matrimonio da parte di alcuni milionari; cosa di cui si pentirà a breve. 

Torna a Parigi e ringalluzzita dai successi americani organizza una serie di feste, una più folle dell’altra: per il leggendario Bal du Cagliostro arriva a spendere 500 mila franchi (circa due milioni di dollari odierni).

La Marchesa sempre più sola

Ma i tempi e le mode sono mutati, e di nuovo senza il permesso della Divina Marchesa. Centinaia di invitati affollano le sue deliranti feste più per la curiosità e la pietà che non per l’onore di essere ospiti: si partecipa per vedere come si è mascherata La Casati ma l’ammirazione è ormai svanita.  

Luisa ne è consapevole, paga il prezzo di una vita tumultuosa passata senza vere amicizie, circondata da spettatori sequestrati dal suo fascino e dalla sua ricchezza. 

L’unica cosa che l’ha sempre interessata è l’adorazione: dai suoi ospiti ha sempre preteso ammirazione e venerazione non amicizia.        

Improvvisamente, il 29 ottobre 1929, la Borsa di New York crolla, schiacciata da una enorme bolla speculativa. In brevissimo tempo immensi patrimoni evaporano su entrambe le sponde dell’Atlantico; anche quello di Luisa vacilla.

Dagli uffici di Milano i suoi amministratori la implorano di contenere le spese ma lei glissa sdegnata: il senso per il denaro non le appartiene.

Il declino finanziario

Non è per nulla facile andare in rovina, ci vuole arte a perdere tutto: e lei in questo si rivela una vera artista. I soldi, tanti, troppi e in apparenza senza fine, improvvisamente finiscono.

Nel 1931 la Divina Marchesa festeggia il suo cinquantesimo compleanno e il suo tracollo. In Francia e in Italia ha accumulato debiti per una cifra enorme: si parla di svariati milioni di lire e di franchi dell’epoca (molti articoli riportano cifre in contraddizione fra loro ma di fatto l’esatto ammontare era noto solo alle famiglie Amman e Casati Stampa).    

Oggi viene scritto che Luisa si ritrovò improvvisamente in miseria ma come spesso accade la verità è nel mezzo. 

All’inizio riesce a far fronte ai creditori grazie ad una rete di amici antiquari che con grande riservatezza mettono in vendita mobili antichi, gioielli e arredi. Alla fine esplode lo scandalo e Luisa è costretta a mettere tutto all’asta, salvando solo alcuni gioielli che porta con sé quando si rifugia in Inghilterra per sfuggire ai creditori. 

Le richieste d’aiuto

Dapprima viene ospitata da Augustus John, suo ex amante, e poi dalla figlia Cristina, che le affitta un appartamento, le apre un conto corrente e le versa piccole somme di denaro. 

Non si tratta di avarizia ma di strategia: Luisa ha le mani bucate, appena si ritrova un po’ di sterline le sperpera in champagne, assenzio e belletti. 

Di tanto in tanto dall’Italia le arrivano dei sostegni economici ma, anche in questo caso, dilapida tutto senza ritegno.  

La rinascita della Divina

A Parigi, nel luglio del 1935, vive un ultimo sprazzo di divinità quando partecipa al “Bal du Comte de Beaumont”: appare vestita come l’Imperatrice Elisabetta d’Austria, con delle stelle di diamanti fra i capelli. Il fotografo Man Ray la immortala in una foto rimasta celebre. 

Man Ray: Luisa Casati nelle vesti dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria, Parigi 1935.

L’ultimo bagliore prima dell’oblio

È l’ultimo bagliore prima che cali il sipario. Il mondo è cambiato radicalmente, insieme alle mode e ai canoni estetici. Anche gli ammiratori di Luisa sono scomparsi, cancellati dal passare del tempo e dall’uso smodato di alcool e droghe. 

Per lei inizia un oblio forse non voluto ma in fondo quasi cercato. Entrare da vivi nella leggenda grazie ad una vita di follie e stravaganze comporta un prezzo altissimo: l’inesorabile trascorrere del tempo, le rughe, la decadenza e le ristrettezze non sono ammesse. 

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Augustus John: “Luisa Casati in Nero e Oro” 1941.

In lite con Cecil Beaton

Nel 1954 Cecil Beaton, durante una visita, le “ruba” alcuni scatti con un trabocchetto. Accortasi dell’inganno la Marchesa cerca di ripararsi il viso con la mano. Per quanto viva nel patetico travestimento di sé stessa è ancora tenacemente aggrappata al suo mito e la sua reazione è furibonda: lo caccia di casa, lo segna nel suo taccuino nero fra i nemici giurati e realizza un bambolotto con le sue fattezze, trafiggendolo con spilloni durante alcune sedute spiritiche.

Luisa tollera di non essere più la protagonista ma non di essere violata nella sua immagine: tutti la devono ricordare come la “Divina Marchesa”, per il mondo la donna anziana e sola non deve esistere.    

Ritratto Marchesa Luisa Casati Stampa
Gli scatti rubati da Cecil Beaton, Londra 1954.

Cecil Beaton – Londra, 1954

Il rapporto precario con la figlia Luisa e il matrimonio con John Hastings

Il rapporto fra Luisa e la figlia Cristina è minimo: la madre non ha dimostrato amore per la figlia, nonostante quest’ultima abbia più volte cercato di avvicinarsi a lei. 

Un decennio prima, nel 1925, Cristina decise di sposare in segreto John Hastings, futuro Conte di Huntingdon. Perfetto sulla carta aveva un fatale difetto per la Divina Marchesa: era comunista. 

Chi vede nell’immagine di Luisa una sorta di femminista ante-litteram, una donna libera e anticonformista, pronta a scardinare gli schemi sociali sbaglia di grosso. 

La Casati era terribilmente snob: profondamente classista, teneva moltissimo al proprio rango sociale e non accettava che fosse messo in discussione. Ritrovarsi un genero comunista ed una figlia che sposava le idee del marito era qualcosa di inaccettabile. 

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La Marchesa Cristina Casati Stampa ed il marito John Hastings (Milano 1932).

Gli scontri tra Luisa e Cristina, il rapporto incrinato a causa del Comunismo e la morte della figlia

Cristina sopporta negli anni la mancanza di affetto, la durezza e la malcelata rivalità della madre. Luisa disprezza le idee politiche della figlia e non ne fa mistero. Spesso si scontrano, anche violentemente, ma Cristina non le fa mai mancare il suo sostegno, quanto meno economico. 

Ma l’orgoglio, o la scelleratezza, di Luisa non si piega neppure nel 1953 di fronte alla morte della figlia, e rifiuta di partecipare al suo funerale. 

A prendersi cura di lei, per i pochi anni che le restano, sarà la nipote Lady Moorea Hastings.   

Ormai La Casati è un fantasma, l’ombra di sé stessa, e nonostante tutto non rinuncia a tingersi i capelli di rosso fuoco né ad aggiungere belladonna al collirio per far brillare i meravigliosi occhi verdi. 

Una morte in solitudine per la Marchesa Luisa Casati Stampa

Si spegne il primo giugno del 1957 e viene sepolta nella nuda terra del cimitero di Brompton, a Kensington. La nipote Moorea fa incidere sulla lapide la frase che William Shakespeare dedicò alla Regina Cleopatra: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita”. 

Resta in sospeso la domanda: chi era veramente Luisa dietro la maschera?

L’omaggio degli artisti e della moda alla Marchesa

Caduta nell’oblio per molto tempo viene riscoperta a metà degli anni Ottanta grazie il libro “Coré” di Dario Cecchi. La sua leggenda e la sua immagine si insinuano nel sottobosco culturale gay (tappa obbligatoria per accedere alla “iconicità”) e da lì compaiono a sprazzi in alcuni libri e articoli, finché non approdano sfolgoranti nel 1998 sulla passerella di Dior grazie a John Galliano

In breve viene “riscoperta” da artisti, stilisti e cantati che si ispirano a lei per crearsi un’immagine dirompente e anticonformista: peccato che Luisa abbia ideato tutto quasi un secolo prima. 

Infine si insinua in centinaia di articoli, spesso per nulla veritieri o al limite della fantasia, ed appare in altrettanti siti e blog che si propongono quali depositari della sua “storia”.

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Le creazioni di John Galliano dedicate alla figura di Luisa Casati – 1998

L’edonismo della Marchesa Luisa Casati Stampa

Questa è Luisa Casati, l’icona. Peccato che la Divina Marchesa non abbia mai pensato di creare qualcosa di innovativo o iconico. Tutta la sua vita fu una pura e semplice autocelebrazione edonistica: lei appariva e tutti gli ospiti s’inchinavano adoranti allo spettacolo di una donna in grado di sbalordire con la sua sola presenza.         

Personalmente intravedo il vuoto di una donna arida nell’animo, anaffettiva e innamorata solo di sé stessa, che ha sacrificato tutto e tutti sull’altare della propria immagine. 

Venendo meno all’adagio “grandi privilegi comportano grandi responsabilità” dissipò in vent’anni un patrimonio enorme per saziare in modo egoistico il suo puro piacere.

Non ci è dato conoscere tutta la verità dietro la maschera di Luisa, e forse è meglio così.

Meglio guardare alla Divina Marchesa con lo spirito dell’immaginazione.

Del resto, come scrisse Albert Camus:“I miti sono fatti perché l’immaginazione li animi”.

Ringrazio Alessandro Casati per gli spunti e le riflessioni che mi hanno consentito di scrivere l’articolo.

Fausto Corini
Author: Fausto Corini

Ammiro il coraggio della redazione di Mirabilia Magazine. Chiedermi di scrivere degli articoli, lasciandomi per giunta carta bianca nella scelta delle tematiche e dello stile, lo ritengo un grande atto di coraggio, o di follia, o di entrambe le cose assieme. Tutto sommato, se dovranno rammaricarsi o rallegrarsi per questa scelta, non dipende né da me, né da loro, ma da voi lettori. Perché Dottor Divago? E’ presto detto. Perché amo divagare da un tema all’altro, anzi lo faccio proprio con dovizia ed impegno. Non ho la presunzione di conoscere tutto, sia ben chiaro, però ho l’ardire di amare il bello, aggettivo qualificativo che applico ad ogni aspetto della vita nella sua forma più assoluta. Sinché durerà la collaborazione con Mirabilia Magazine, toccherò sempre con grande leggerezza vari argomenti disparati fra loro, con l’unico obbiettivo di offrirvi una distrazione dalle vostre occupazioni quotidiane (se piacevoli lo deciderete voi). Il fatto di non essere un accademico né un critico ma una persona normalissima, a volte troppo, quanto vorrei avere ogni tanto un barlume di follia, mi regala l’occasione di dialogare di tutto senza addentrarmi troppo nei dettagli. Del resto la curiosità rappresenta una porta semi aperta sulla conoscenza, e se anche...

By Fausto Corini

Ammiro il coraggio della redazione di Mirabilia Magazine. Chiedermi di scrivere degli articoli, lasciandomi per giunta carta bianca nella scelta delle tematiche e dello stile, lo ritengo un grande atto di coraggio, o di follia, o di entrambe le cose assieme. Tutto sommato, se dovranno rammaricarsi o rallegrarsi per questa scelta, non dipende né da me, né da loro, ma da voi lettori. Perché Dottor Divago? E’ presto detto. Perché amo divagare da un tema all’altro, anzi lo faccio proprio con dovizia ed impegno. Non ho la presunzione di conoscere tutto, sia ben chiaro, però ho l’ardire di amare il bello, aggettivo qualificativo che applico ad ogni aspetto della vita nella sua forma più assoluta. Sinché durerà la collaborazione con Mirabilia Magazine, toccherò sempre con grande leggerezza vari argomenti disparati fra loro, con l’unico obbiettivo di offrirvi una distrazione dalle vostre occupazioni quotidiane (se piacevoli lo deciderete voi). Il fatto di non essere un accademico né un critico ma una persona normalissima, a volte troppo, quanto vorrei avere ogni tanto un barlume di follia, mi regala l’occasione di dialogare di tutto senza addentrarmi troppo nei dettagli. Del resto la curiosità rappresenta una porta semi aperta sulla conoscenza, e se anche per un attimo avrò suscitato in voi questa sottile sensazione che vi porterà ad approfondire “motu proprio” un qualsivoglia argomento, sarò soddisfatto (e lo sarete anche voi, fidatevi). Di cosa si può parlare con leggerezza? Di tutto. Basta farlo con garbo, eleganza ed ironia. Tre qualità che andrebbero applicate in ogni aspetto della vita, soprattutto in tempi sospetti quali sono i nostri, dove scivolare nel cattivo gusto pare sia ormai must quasi irrinunciabile. Personalmente ritengo che la massima di Andy Warhol “in futuro tutti saranno famosi per quindici minuti” sia stata presa un po’ troppo sul serio, e preferisco di gran lunga un'altra sua frase “credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d'arte che si possa desiderare”. Ecco, aggiungerei che, oltre a non rovinarla, sarebbe anche carino cercare di renderla un luogo migliore, fosse anche per provare sulla propria pelle un emozione diversa dal solito. Ecco, divago, lo so, è inevitabile. Tornando agli argomenti non vi tedierò con un infilata di temi, tematiche e note a margine: è cosa che detesto quasi quanto le tasse, ma sempre meno delle promozioni telefoniche. Diciamo che vi sono tante sfumature di colori, più di quante ve ne siano in un arcobaleno, nella storia, nell’arte, nella moda e nelle mode, nel saper vivere, nel recitare su di un palco come nella vita. Di questo mi occuperò, sempre se la redazione non cambierà idea dopo questo articolo. Gli spiriti liberi sono pericolosi per loro stessa natura: non imbrigliati nelle reti del pensiero corretto si permettono l’oltraggiosa arte del Divagare senza una meta prefissa. O forse l’hanno. Vedremo.

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