giovedì, Febbraio 29

Yamamoto, la passione per il Bauhaus e la moda

Kansai Yamamoto, iil Bauhaus e la moda avveniristica

Moda e arte, due discipline con una lunga  storia d’intesa, si sono spesso trovate ad  interfacciarsi, sotto la creatività di numerosi  stilisti.  Tra le collaborazioni più affascinanti, troviamo  il connubio tra Kansai Yamamoto, storico  costumista del cantante David Bowie e la  scuola del Bauhaus

Nella sua ricerca per la realizzazione di  alcuni tra gli abiti di scena più belli di Bowie,  Yamamoto prese la sua ispirazione proprio  dal lavoro degli artisti del Bauhaus, attivi  nell’arte molti anni prima di lui. 

Kansay Yamamoto, la moda e il Bauhaus

Nel 2016, il MAMbo (Museo D’Arte Moderna  Bologna), ha ospitato come unica tappa  Italiana, David Bowie Is, la prima retrospettiva  incentrata sulla carriera di David Bowie e  voluta dal Victoria and Albert Museum di  Londra

La mostra era suddivisa in tre settori che  raccontavano in ordine cronologico il lavoro  di Bowie, attraverso contenuti multimediali  e oggetti e rivelandone anche le fonti  che ispirarono la sua musica e le sue  performance.  

Nel terzo settore ci si addentrava nei  retroscena degli spettacolari concerti  dell’artista, dove video e audio delle canzoni  erano accompagnati dall’esposizione di molti  dei suoi abiti di scena.  

Tutti gli abiti esposti avevano il potere di  attirare l’attenzione, prima fra tutti l’iconica  ed imponente tuta Tokyo Pop, la quale ha un  vero e proprio potere magnetico. 

Trovandosi difronte a questi abiti e potendoli  osservare da vicino, è evidente come  l’energia scenica di Bowie e la visionarietà  di Yamamoto si siano fuse perfettamente  all’audacia e all’innovazione, ancora attuale e  all’avanguardia, del Bauhaus. 

Il più avanguardistico, anche a distanza di un  secolo, tra i principi fondanti del Bauhaus, è la  concezione di contaminazione tra categorie di  arti diverse. 

Con l’integrazione in una singola opera, di  ambiti differenti, l’arte viene vissuta a tutto  tondo. 

L’interesse degli stilisti per il Bauhaus 

A distanza di 100 anni (compiuti nel 2019), la  scuola del Bauhaus continua ad influenzare e  ad ispirare tutti i settori del design moderno,  facendo sentire la sua voce anche nel mondo  della moda. 

Nel primi decenni del XX secolo, lo sviluppo  della produzione industriale e il conseguente  consumismo, avevano modificato il rapporto  tra l’uomo e i suoi oggetti, che si fece freddo e  distaccato.  

Nel 1919 Walter Gropius trovò una soluzione  per restituire un’anima a questi oggetti, ai  quali la produzione in serie l’aveva sottratta;  avrebbe formato nuovi progettisti-artigiani in  grado di occuparsi sia dell’aspetto estetico  che di quello funzionale, caricando di bellezza  anche gli oggetti di uso comune.  

Fondò quindi la sua scuola di design, con il  nome di Bauhaus, che doveva ospitare tutte le  discipline artistiche e le discipline artigianali,  rivoluzionando per sempre il settore della  progettazione industriale. 

Il Bauhaus nacque dalla fusione tra  l’Accademia di Belle Arti e l’Accademia  delle Arti Applicate di Henry Van de Velde,  permettendo al suo direttore di fondere sotto  uno stesso tetto il sapere delle tecniche  manuali con la creatività. 

L’obiettivo del movimento di dare una traccia  di umanità ad oggetti ed edifici, eliminando  la distanza tra funzionalità e bellezza,  venne enunciato nel manifesto del 1919  che includeva i principi fondamentali del  movimento. Questi principi erano: nessun  confine tra arte e artigianato; la competenza  tecnica e manuale è fondamentale per  un artista; la funzionalità dell’oggetto o  dell’edificio doveva essere accompagnato  da linee eleganti ed essenziali; basarsi sul  concetto di gesamtkunstwerk (opera d’arte  completa), dove ogni dettaglio del progetto va  curato come un’opera a sé, fondendo insieme  molteplici forme d’arte; importanza assoluta  nell’utilizzo di qualsiasi materiale; prediligere  forme lineari e geometriche; sviluppare  prototipi utilizzando le tecnologie moderne  di produzione industriale, a disposizione nei  laboratori; risparmio di tempi, costi e scarti;  no aggiunte di decorazioni, le linee essenziali  rendono già il lavoro bello; incessante  sviluppo di nuove idee, nuove tecniche, nuovi  materiali, nuovi metodi di produzione e nuove  forme.  

Sulla base delle linee guida, nelle officine  gestite dai maestri artigiani, gli studenti  erano stimolati ad sperimentare ed utilizzare  i materiali più vari ed insoliti, come carta,  gesso, legno, vetro, metalli, canne intrecciate,  fili di ferro e anche tessuti. 

La Bauhaus non escluse nessuna forma  d’arte; i corsi trattavano dalla fotografia, al  disegno, all’editoria, all’architettura e fino  all’abbigliamento, con docenti del calibro di  Wassily Kandinsky, Paul Klee, Feininger, Bayer,  Breuer e Schlemmer, che contribuirono a  rendere grande la scuola. 

Nel manifesto originale veniva inoltre  proclamata l’uguaglianza tra sessi, ma la  realtà era molto diversa; le studentesse  venivano direzionate unicamente ai laboratori  di tessitura e ceramica, escludendole da tutti  gli altri insegnamenti. 

La tessitura veniva considerata tra le posizioni  più basse dell’artigianato artistico, eppure per  molti anni fu l’unico laboratorio che produsse  profitti, sostenendo finanziariamente la scuola  e gli altri corsi. 

Nel 1922 nel laboratorio di tessitura arrivò  Annie Albers, colei che diventerà tra le  più grandi textile designer della storia,  producendo un patrimonio tessile artistico dal  valore inestimabile e ancora oggi ripreso dalle  grandi case di moda. 

La Albers, non potendo frequentare altri corsi,  si concentrò sul telaio diventandone ben  presto padrona. 

Nei sui progetti sviluppò un’astrazione  geometrica formidabile e un’attenzione  particolare ai materiali e alle loro proprietà;  sperimenterà con materiali sintetici come il  cellophane, con fili di rame intrecciati, ma  anche con materiali naturali come mais,  canapa, iuta e erba.  

L’incessante bisogno di sperimentare, le  linee semplici e geometriche e i colori del  Bauhaus, hanno reso il suo stile senza tempo,  permettendogli di essere ancora presente in  tutti gli attuali settori del design. 

Per quanto riguarda il complesso mondo  della moda, l’influenza Bauhaus ha dato vita  ad abiti iconici indossati da performer come  David Bowie, nel suo alter ego Ziggy Sturdust  e Lady Gaga, ma forti rimandi al movimento  si sono fatti vedere nelle collezioni di tanti  stilisti.

Prada per la collezione Resort 2019 propose  una linea di shopper, tote bag e bucket bags,  realizzate partendo dalla destrutturazione di  

un rettangolo e dalle linee essenziali.  Le borse vennero progettate per essere rese  comode e pratiche, con diverse tipologie di  manici e con decorazioni sobrie e minimaliste  come volevano i pionieri del Bauhaus.  Già negli anni ’60, l’essenzialità del Bauhaus  aveva dato ispirazione ad alcuni degli stilisti  più in voga, come Yves Saint Laurent, Andrè  Courrèges, Mary Quant e Jil Sander che,  durante un’intervista nel 2017 con Suzy  Menkers di Vogue, affermerà: “Le mie radici  sono nel movimento Bauhaus, che applicava  la razionalità funzionale al design della vita  quotidiana”. 

Il mondo della moda non si lascerà  ispirare solamente dall’aspetto più estetico  dei principi del Bauhaus, ma anche a  metodologie di lavoro e sperimentazione. Nel 1965 lo stilista Yves Saint Laurent,  riprenderà la contaminazione tra diverse  forme d’arte, sostenuto dal movimento fin  dalla sua nascita, per una delle sue collezioni  più famose, la Collezione Mondrian. La collezione si ispirò al lavoro dell’artista Piet  Mondrian, pioniere dell’arte astratta e grande  sostenitore del Bauhaus, del quale Yves Saint  Laurent dirà: “Mondrian è purezza e non si  può andare oltre nella purezza della pittura.  Questa è un tipo di purezza che si fonde con  quella del Bauhaus”. 

Nel caso dello stilista Hussein Chalayan la  relazione tra le sue collezioni e la Bauhaus si  manifesterà nell’approccio tecnologico, unito  all’arte, utilizzato nella progettazione dei suoi  particolarissimi abiti. 

Un utilizzo differente dei principi Bauhaus, si  può vedere nelle collezioni di Fendi (ispirata a  Schlemmer) e Salvatore Ferragamo Autunno/ Inverno 2016-2017, dove entrambi gli stilisti  stravolgeranno i colori del movimento. Nel Marzo del 2019, in occasione del  centesimo anniversario del Bauhaus, tre  stilisti raccontarono a Vogue le motivazioni  che li spinsero a scegliere il movimento come  fonte di ispirazione.  

Roksanda Ilinčić la stilista di origini serbe,  proprietaria dell’omino brand, parlò di come  fin dalla sua prima collezione, il color blocking  del Bauhaus ebbe una grande influenza sul  suo lavoro.  

“L’artista Josef Albers fa sempre parte delle  mie mood board. Il suo utilizzo del colore mi  ha sempre affascinata, specialmente  

il modo in cui abbina colori che non  avremmo mai pensato di accostare. È quella  sperimentazione col colore, il modo di  spingersi oltre ciò che è considerato  armonioso e ciò che non lo è – è questo a cui  aspiro” raccontò alla giornalista Emily Chan. Roksanda accennò anche all’architetto Mies  Van Der Rohe, scoperto durante gli anni della  formazione, dal quale riprese la fluidità e  l’ariosità delle architetture, reinterpretandole  in abiti panneggiati dai materiali morbidi. Emily Chan ebbe modo di intervistare Paul  Smith, lo stilista britannico noto per i colorati  motivi rigati. 

Paul Smith si avvicinò al mondo dell’arte e  della sartoria in seguito ad un incidente che  gli costò la carriera nel ciclismo; è in questi  anni che conobbe il Bauhaus. 

Per la collezione Autunno/Inverno 2015  si ispirò al lavoro di Anni e Joseph Albers,  analizzandone le opere tessili e ricreandole  sui suoi abiti con un. 

L’influenza del Bauhaus ha contaminato  anche il suo metodo di lavoro, portando  all’interno della sua azienda l’idea della  collaborazione creativa e dello scambio di  

idee, come avveniva negli anni ’20 all’interno  della scuola. 

La terza ed ultima stilista ad essere intervista  fu Mary Katrantzou, la stilista Greca che ha  esordito durante la London Fashion Week  Autunno/Inverno del 2008.  

Mary raccontò alla giornalista che osservando  dei poster Bauhaus, si rese conto di aver già  utilizzato i codici del movimento in collezioni  passate. Riconobbe nella sua collezione  del 2011, dove propose gonne-paralume,  la stessa geometricità di alcune immagini  Bauhaus.  

Proprio dall’analisi dei poster, nacque poi la  bellissima collezione dell’Autunno/Inverno  2018, dove il design grafico Bauhaus si unì al  mondo della moda attraverso la maglieria.  La stilista ha fatto suo uno dei concetti chiave  della scuola, inserendo all’interno del suo  percorso creativo un equilibrio tra creatività  e mercato, senza dimenticare la funzionalità  e cercando di richiamare negli abiti i tempi in  cui viviamo. 

Ad un secolo di distanza dalla sua nascita,  lo sconvolgimento creativo del Bauhaus  continua a regalare l’immaginario di un futuro  senza tempo e spazio, poiché richiama alla  mente un’essenzialità così pura da non poter  mai invecchiare.

Joost Schimdt, poster per la mostra  Bauhaus tenutasi a Weimar nel 1923
Anni Albers, Red and Blue Layers,  1954, realizzato i cotone. 

Le reinterpretazioni di Yamamoto  per David Bowie 

Testimonial per eccellenza di come l’estetica  Bauhaus si insinui nel mondo della moda  è l’indimenticabile David Bowie, che con  il suo magnetismo preformava sul palco  indossando gli abiti di Kansai Yamamoto. Yamamoto e Bowie si incontrarono nel 1971  alla sfilata di esordio dello stilista e tra i due  nacque un’intesa artistica immediata.  In quel periodo David Bowie era alla ricerca  di outfit che potessero esprimere la sua  esuberante personalità, gli abiti di Yamamoto  erano appariscenti, eccentrici ed insoliti per  l’Europa degli anni ’70 e rappresentavano in  pieno la voglia di distinguersi del cantante. Kansai si lasciava ispirare dall’estetica  tradizionale del suo paese d’origine, il  Giappone, inserendo nelle sue creazioni varie  iconografie giapponesi, disegni di lottatori di  sumo, draghi, abiti dei samurai e maschere  Kabuki.  

Così come Bowie restò affascinato dagli  abiti di Kansai, il giovane stilista rimase  colpito dal performer, descrivendolo così  durante un’intervista: “Ha una faccia  insolita, non credi? Non sembra né uomo né  donna. Capisci cosa intendo? Come stilista  rappresenta il mio ideale, perché la maggior  parte dei miei vestiti sono per entrambi  i sessi. Amo la sua musica e ovviamente  questo ha influenzato i miei progetti ma,  soprattutto c’è un’aura di fantasia che lo  circonda. Ha fascino” 

Lo stile androgino utilizzato da Bowie non  era solamente un mezzo per sconvolgere  ma, faceva parte della tradizione Kabuki  degli attori Onnagata, cioè attori uomini che  interpretano anche i ruoli femminili.  Insieme Yamamoto e Bowie abbatterono i  confini di genere e unirono in uno stesso stile  la tradizionalista cultura Orientale con lo stile  Occidentale.  

La cultura giapponese però non è stata l’unica  fonte di ispirazione per Kansai, infatti la sua  passione per lo spettacolo lo portò a prendere  spunto da una performance creata da  un’artista della scuola del Bauhaus: il Balletto Triadico di Oskar Schlemmer.  

Oskar Schlemmer fu uno dei più importanti  esponenti della scuola del Bauhaus,  lavorando nei campi della pittura, della  scultura, della scenografia e della coreografia.  

Con il Balletto Triadico, Schlemmer lavorò  sulla forma umana in relazione allo spazio e  al movimento, semplificandone le fattezze, in  geometrie.  

I ballerini indossavano enormi e rigidi costumi  geometrici che, ridefinivano e ampliavano le  loro fisicità e ne alterano i movimenti durante  la danza.  

I costumi erano composti da sfere, poliedri,  strutture circolari, gabbie, reticoli di fili e  imbottiture, ed erano realizzati in materiali  come legno, stoffe, metalli, cartapesta e  gomma piuma.  

L’arte Bauhaus di Schlemmer, così spettacolare ed avanguardista, si accostava  perfettamente all’immaginario di Yamamoto  e Bowie, una creazione ne è l’esempio più  lampante: la Tokyo Pop Suit.  

La tuta venne realizzata in occasione  dell’Aladdin Sane Tour del 1973 e pensata  per consentire dei rapidi cambi di costume  direttamente sul palco, tramite dei bottoni a  pressione applicati sui lati, ricreando un tipico  effetto del teatro kabuki. 

La silhouette imponente ha un richiamo  immediato agli abiti del balletto Bauhaus,  infatti come nei costumi di Schlemmer, la  struttura rigida, nasconde e ridisegna la figura  del corpo in una forma geometrica, inoltre  la dimensione e la rigidità del capo  impongono alla figura di assumere pose  plastiche, bloccando la naturalezza dei  movimenti del corpo. 

I volumi vennero concentrati tutti sulle  gambe, progettando la parte del pantalone  con la forme di due semisfere che andavano  ad unirsi nella parte del busto, mantenuta  meno voluminosa.  

La tuta è stata poi decorata con cuciture  bianche, in contrasto con il nero della base,  per creare un motivo optical molto dinamico  che, accompagnasse ed enfatizzasse tutta la  forma del capo.  

Lo stilista scelse di utilizzare il vinile, materiale  da lui molto amato e di grande impatti visivo,  che consente di realizzare abiti dalle forme  scultoree, abbinato ad una fodera in raso  rosso.  

Anche nei colori troviamo il doppio rimando  alla scuola Bauhaus e alla tradizione  giapponese.

L’arte Bauhaus era incentrata specialmente su  una gamma di colori che comprendeva i colori  primari (rosso, giallo e blu) più bianco e nero,  che conferivano alle opere contrasti grafici,  forti e taglienti; allo stesso modo, nell’arte  giapponese, ritroviamo una predominanza di  rosso, bianco e nero che generano un impatto  visivo altrettanto forte.  

Sempre in occasione dell’Aladdin Sane  Tour, Yamamoto realizzò altri capi altri capi  lasciandosi ispirare dal Bauhaus, nello  specifico: un cappotto, due tute in maglia  aderentissime e la Space Samurai Jumpsuit. Il cappotto molto ampio, lungo fino al  ginocchio, dalla forma scampanata sia nel  busto che nelle maniche, era decorato da un  motivo a zig-zag rosso che, separava la parte  superiore bianca, da quella inferiore blu. Al motivo geometrico, richiamante l’arte della  scuola tedesca, era stato aggiunto un tocco  nipponico, ricamandoci sopra due tigri nello  stile dell’iconografia giapponese.  

Per quanto riguarda le tute in maglieria,  personalmente ho rivisto del lavoro di Kansai,  un rimando all’arte tessile di Annie Albers.  Il primo capo era composto da una tutina  corta, con collo alto e scollo all’americana e  da maniche e gambe a tubolare, staccate dal  resto capo, mentre l’altra tuta era monospalla  a destra e monogamba a sinistra. 

I due tessuti a maglia erano stati progettati  con complicatissimi intrighi di righe e  disegni geometrici, di nuovi dai forti contrasti  cromatici. Guardando le opere tessili  dell’artista Annie Albers, ho notato alcune  similitudini negli elementi geometrici, con il  lavoro di Yamamoto, seppur reinterpretate  secondo la sua estetica. 

L’ultimo capo, la Space Samurai Jumpsuit,  ricorda per costruzione la Tokyo pop, infatti  anche in questo caso erano stati applicati  bottoni automatici per essere rimossa  velocemente durante l’esibizione.  

Nella Space Samurai jumpsuit troviamo  nuovamente un grande volume geometrico  sulle gambe riconducibile al concetto di  Schlemmer e allo stesso tempo ai pantaloni  hakama di alcune divise indossate dai  samurai. 

La tuta venne realizzata con un tessuto  dall’effetto metallizzato, nei colori rosso,  nero e blu e trapuntato a formare un disegno  geometrico triangolare che accompagnava la  silhouette del capo. 

Nelle reinterpretazioni per gli abiti di David  Bowie, Yamamoto ha saputo fondere insieme,  una forte sensibilità verso la tradizione del  suo paese di origine, con lo stile della scuola  Bauhaus, fondata ben cinquant’anni prima del  suo esordio nella moda. 

Grazie a questa visione avanguardista, Kansai  ha dato vita a creazioni iconiche e tutt’oggi  fonte di ispirazione per innumerevoli stilisti. 

 

David Bowie indossa la famosa Tokyo Pop  Suit progettata da Kansai  Yamamoto per l’Aladdin Sane Tour del 1973

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Chi è Kansai Yamamoto

Nel 1944, in Giappone, nasce Kansai  Yamamoto, indimenticabile ed iconico stilista  che stravolgerà la moda degli anni ’70 e ’80  con la sua estetica giapponese.  

Kansai iniziò il suo percorso di studi in ambiti  totalmente diversi da quello della moda,  diplomandosi come ingegnere civile e  laureandosi in inglese all’Università di Nihon. Nel 1965 inizia il suo viaggio nel mondo del  fashion affiancato dai designer Junko Koshino  e Hisashi Hosono, che si occuperanno della  sua formazione artistica; dopo appena due  anni riceverà il premio Soen dal Bunka  Fashion College. 

La sfilata di esordio si tenne a Londra nel  1971, regalandogli il titolo di primo stilista  giapponese a sfilare in Europa, anticipando  di un decennio i più celebrati colleghi Yohji  Yamamoto e Rei Kawakubo

Alla sfilata parteciparono personalità del  calibro di Stevie Wonder, Elton John e David  Bowie, spinti dalla curiosità verso questo stile  così diverso dai canoni europei del periodo.  Sfacciato, audace e dai colori sgargianti, il suo  stile era un perfetto connubio tra le tradizioni  giapponesi, come le maschere del teatro  Kabuki e una fortissima modernità. 

Per le sue collezioni si ispirava inoltre al  concetto di Basara, termine coniato in  Giappone in tempi antichi per indicare un  particolare stile di vita anticonformista, libero  ed eccentrico, diventandone atutti gli effetti il  pioniere contemporaneo. 

Nello stesso anno, aprì il suo primo atelier  Kansai Yamamoto Company e comparì sulla  copertina della rivista Harpers & Queen con  il titolo “Explosion From Tokyo”, sancendo  definitivamente una contaminazione orientale  nelle sfilate europee. 

“L’esplosione da Tokyo” si propagò fino agli  Stati Uniti, dove i suoi abiti vennero selezionati  da Hess’s in Allentown, un grande magazzino  all’epoca noto per organizzare sfilate molto  particolari, scegliendo designer dallo stile  talmente forte da poter influenzare il mercato  del fashion.  

Fin dalla sfilata di esordio, Kansai e David  Bowie rimasero totalmente affascinati  l’uno dallo stile dell’altro, dando inizio alla  collaborazione che li consacrerà come icone  di stile.  

Per Bowie creò una serie di abiti per il  personaggio Ziggy Stardust, l’alieno androgino  dai capelli rossi creato dal cantante,  ispirandosi a una leggenda giapponese che  raccontava il legame tra una divinità e un  coniglio bianco.  

“Ho trovato l’estetica e l’interesse di  David nel trascendere i confini di genere  incredibilmente belli”, racconterà lo stilista  al sito web The Cut nel 2018, ricordando la  collaborazione con Bowie.  

Realizzò tutti i costumi indossati da Ziggy  per il tour “Aladdin Sane”, tra i quali la tuta  Tokyo Pop, che verrà nuovamente portata dal  cantante nel 1989 per un servizio fotografico  di Herb Ritts. 

Nel 1972, Yamamoto ribaltò i canoni di  bellezza occidentale che, spadroneggiavano  sul mondo della moda, al punto che  nemmeno i brand giapponesi proponevano  modelli e modelle nipponici. 

Fa arrivare dal Giappone la sua musa Sayoko Yamaguchi, facendo così sfilare, per la prima  volta in Europa, una modella giapponese,  incrementando la diffusione dell’estetica  orientale.  

È grazie a lui se i brand giapponesi iniziarono  a promuovere la bellezza dei loro tratti  somatici, come Shiseido che, fino al 1973  quando firmò il contratto con Sayoko Yamaguchi, sceglieva per le sue campagne  pubblicitarie modelli occidentali.  

Il suo amore per la spettacolarità era già  evidente nella perfetta fusione tra lui e  David Bowie, ma si consolidò negli anni ’90  quando, abbandonò la moda per mancanza  di ispirazione, dedicandosi completamente  all’arte dello “show”.  

Nel 1992 salutò il mondo della moda  con la sua ultima collezione Fall/Winter,  caraterizzata da giochi optical bianchi e neri,  tessuti cangianti, plastiche, vinili, stampe in  prospettiva, e la sua immancabile tradizione  giapponese.  

Iniziò a produrre in tutto il mondo, una serie  di eventi chiamati “Super Show”, dove unirà  danza, moda, musica e acrobazie a festival  e tradizioni giapponesi; il primo Super Show,  nella Piazza Rossa di Mosca nel 1993, venne  seguito da un pubblico di 120.000 persone. 

Nel 1999 farà una piccola incursione  nella moda insieme alla designer Junko Koshino, sua mentore all’inizio della carriera,  creando una versione moderna del kimono  tradizionale giapponese, la quale origine  risale a circa 1300 anni fa, rimarcando di  nuovo l’importanza verso il recupero e la  rielaborazione delle tradizioni. 

Durante il primo decennio degli anni 2000,  vennero allestite due grandi mostre sul lavoro  di Kansai Yamamoto: “Passionate Exhibit:  The Energy Principle of Kansai” presso il Museo Edo-Tokyo e “Hello! Fashion Kansai  Yamamoto” una retrospettiva presso il  Philadelphia Museum of Art, dove vennero  esposti alcuni dei suoi abiti.  

Nel 2010 si confronterà anche con un altro  ramo del design, progettando il modernissimo  treno Skyliner, che da allora collega  l’aeroporto giapponese di Narita con il centro  di Tokyo.A luglio del 2013, Kansai torna far  parlare di sé nel settore moda con due sfilate,  una al New Britain Mask Festibal a Kokopo, in  Papua Nuova Guinea e una a Tokyo. Nello stesso anno, la cantante Lady Gaga,  durante un soggiorno in Giappone comparirà  indossando abiti di Yamamoto, definendolo  tramite i suoi canali social un genio.  Qualche anno più tardi, nel 2018, Kansai  collabora con Nicolas Ghesquière per Louis  Vuitton alla collezione LV Resort 2018,  ispirata all’arte giapponese e alle stampe  Kabuki che vennero tradotte in abiti di  paillettes. Kansai Yamamoto è deceduto  nell’estate del 2020 a causa di una malattia,  lasciando alle nuove generazioni di creativi  un’eredità dal valore inestimabile. 

Attraverso il suo lavoro Yamamoto ci ha  insegnato ad elevare le proprie origini,  recuperando e immergendosi nelle tradizioni  e rielaborandole in chiave contemporanea.